L’insegnamento sempre nuovo ! – p. Alberto Maggi OSM

Duemila anni fa Gesù ha cambiato in maniera radicale due importanti concetti che sono i cardini di
ogni religione, quelli del credente e del prossimo.

Nella religione ebraica, come del resto nelle altre religioni, per credente si intende colui che obbedisce al suo Dio osservandone le leggi, mentre il concetto di prossimo, nella religione giudaica e nelle altre religioni, ingloba colui che è oggetto dell’amore da parte del credente.

Gesù si mostra molto critico su questi due punti e li cambia completamente.

Gesù, il Figlio di Dio, è venuto per inaugurare un modo diverso di rapportarsi con un Dio diverso da quello che era stato finora conosciuto.

Nelle religioni, compresa quella ebraica, l’uomo aveva proiettato nella divinità le sue paure e i suoi desideri, le sue frustrazioni e le sue aspirazioni, per cui se l’uomo era debole, il Dio doveva essere per forza potente, anzi onnipotente, se l’uomo era ingiusto, Dio giustizia perfetta, ecc. Per rapportarsi a questa divinità, tanto superiore agli uomini quanto grande è la distanza che la separa da essi, avevano riprodotto nella religione i rapporti esistenti tra gli uomini e i loro re, un  rapporto di servizio e di obbedienza. Il servizio serviva per ottenere la protezione da parte di Dio, l’obbedienza alle sue leggi garantiva la sicurezza di praticare la divina volontà.

È questo che presentava la religione al tempo di Gesù: Mosè, servo del Signore, aveva imposto un’alleanza tra dei servi e il loro Signore, basata sul servizio e sull’obbedienza. Per cui per “credente” s’intendeva colui che obbediva a Dio osservandone le leggi. Quanto più scrupolosa era l’osservanza di comandamenti e precetti, regole e prescrizioni, tanto più il credente sapeva di essere in comunione con il suo Signore.

L’obbedienza ai comandi divini comportava inoltre l’offerta dei beni dell’uomo al suo Signore per compiacerlo, per ottenerne i favori e il perdono. Per quel che riguarda il concetto di prossimo, all’epoca di Gesù era in corso un vivace dibattito tra le scuole rabbiniche su chi potesse definirsi tale. Si andava dalle posizioni più rigide e intransigenti, per le quali il prossimo era solo l’appartenente al proprio clan familiare, o al massimo alla propria tribù, a quelle più larghe e aperte, per le quali per prossimo si poteva intendere anche lo straniero dimorante in terra d’Israele.

Dai vangeli risalta l’atteggiamento alquanto critico di Gesù verso questi concetti che erano accettati
e indiscutibili. Nell’insegnamento, e nella pratica, Gesù prende le distanze da quel che la religione imponeva e la tradizione insegnava, cominciando dalla Legge di Mosè.  Nei confronti dei comandamenti, Gesù ha infatti un atteggiamento distaccato, certamente  sconvolgente per i suoi contemporanei e scandaloso per la casta sacerdotale al potere.

Gesù sembra ignorare i comandamenti di Mosè. La sua condotta è motivo di riprovazione da parte degli scribi e dei farisei che cercano di capire quale sia il pensiero di Gesù riguardo alla Legge di Mosè, formulazione dell’alleanza eterna tra il Signore e Israele. Per questo si rivolgono a Gesù chiedendogli quale sia, a suo parere, il comandamento ritenuto più importante (Mt 22,34-40). La domanda non è rivolta per apprendere, ma per giudicare. Si sa qual è il comandamento più importante, il più grande: quello che il Signore stesso osserva.

E quale può essere il comandamento che Dio stesso osserva? Il riposo del sabato, quando Dio e tutta
la sua corte angelica cessavano ogni attività. Questo comandamento non era pertanto uguale agli altri, ma riassumeva tutta la Legge. Per questo l’osservanza di questo unico comandamento equivaleva all’osservanza di tutta la Legge, mentre la sua trasgressione – punita con la pena di morte – equivaleva alla violazione di tutta la Legge. Pertanto la risposta è conosciuta. Si vuole solo vedere se Gesù è d’accordo, perché il suo atteggiamento verso i comandamenti di Mosè ha già destato più di un sospetto (Mt 15,1-20; 9,8.)

La risposta di Gesù è sconcertante.

Gli hanno chiesto quale sia il comandamento più importante, e lui nella sua risposta non cita alcun comandamento! Infatti Gesù risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37-40).

I suoi interlocutori, sadducei e farisei, rimangono spiazzati. Gli hanno chiesto quale fosse il comandamento più importante, e nella sua risposta, Gesù non solo non ha citato il comandamento del sabato, ma neanche gli altri nove! Invece ha elevato a comandamento quelli che sono precetti contenuti nel Libro del Deuteronomio (Dt 6,5) e nel Libro del Levitico (Lv 19,18.34).

Anche quando il giovane ricco chiese a Gesù quali comandamenti osservare per ottenere la vita eterna, egli rispose in maniera sconcertante. I comandamenti, si è visto, avevano come una scala gerarchica di valore, per cui quello del riposo del sabato era ritenuto il più importante. Ma anche per gli altri vi era differenza. I primi tre, quelli che riguardavano gli obblighi verso Dio, erano originali e esclusivi del popolo d’Israele, e ne sottolineavano la differenza con gli altri popoli. Gli altri sette contenevano doveri nei confronti degli uomini, che erano comuni in tutti i codici e religiosi e ordinamenti civili del tempo.

Ebbene Gesù, nella sua risposta, non cita i tre concernenti gli obblighi verso il Signore, ma solo quattro comandamenti riguardanti gli obblighi verso gli altri (Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre”, Mt 19,18), con l’aggiunta del precetto del Levitico riguardante l’amore verso il prossimo (Lv 19,18).

Conflitto

Il pensiero e il comportamento di Gesù saranno quindi sempre causa di crescente conflitto con le persone religiose. Lui non avrà alcun problema con pubblicani e peccatori, ma correrà seri rischi con farisei e scribi.
Gesù frequenterà prostitute e miscredenti, ma sarà visto come un nemico dai sommi sacerdoti. Gli avversari mortali di Gesù saranno proprio i credenti, anzi quelli che si ritengono modelli di credenti per la loro zelante pignola osservanza di leggi, precetti e comandi religiosi.

Il conflitto nasce dal fatto che Gesù presenta un Dio la cui volontà non si esprime nelle leggi, ma nell’amore. Quel che guida e determina il comportamento di Gesù non è l’osservanza della Legge, ma l’amore. E Gesù prende le distanze dalla Legge divina.  Dal momento che una legge viene emanata, essa subito discrimina chi la può accogliere e chi non la vuole o non la può osservare. È la legge che divide le persone tra osservanti e non, puri e impuri. È la legge che esclude da Dio determinate categorie di persone.

Gesù invece si lascia guidare dall’amore, un amore universale che non solo vuole arrivare ovunque, ma vuole essere per tutti.

La Legge esclude chi non la osserva, l’amore è offerto a tutti.

La Legge si basa sulla categoria del merito, l’amore su quello del dono. Per Gesù, l’amore di Dio non va meritato in base ai propri sforzi, ma accolto in base alle proprie necessità. L’amore di Dio non è un premio, ma un regalo.

L’imperativo che cadenzava i libri della Legge era “Siate santi perché io, il Signore, sono santo” (Lv 11,44), e alla santità si accedeva attraverso l’obbedienza ai comandamenti e ai precetti divini. L’invito che caratterizza l’insegnamento del Cristo è tutto centrato invece sulla categoria dell’assomiglianza. Gesù mai chiede di obbedire a Dio, ma di essere come lui, amore generoso che a tutti si comunica, anche a chi non lo merita, perché è così che il Padre ama, lui che “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). Gesù invita a essere come il Padre, colui che “fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45).

Nel suo insegnamento pertanto Gesù non chiede di obbedire a Dio, ma di assomigliare al Padre, ed è proprio questo il fondamento del cambiamento del concetto sia di credente sia di prossimo. Per Gesù il credente non è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. Mentre Mosè, il servo del Signore, ha imposto un’alleanza tra dei servi e il loro Dio, Gesù, Figlio di Dio, offre un’alleanza tra dei figli e il loro Padre. La prima alleanza è basata sull’obbedienza, la seconda sull’assomiglianza.

Nel vangelo di Luca questo importante cambiamento viene illustrato nella parabola conosciuta come quella del “Buon Samaritano” (Lc 10,25-37), dove Gesù presenta due atteggiamenti  contrastanti, quello dello zelante osservante della Legge, e quello di colui che, essendo al di fuori  della Legge, è considerato anche escluso da Dio: il sacerdote e il samaritano.

La parabola di Gesù nasce dalla richiesta di un dottore della Legge, che chiede a Gesù di esprimersi sul concetto di prossimo, per poter così adempiere esattamente il precetto: “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Lv 18,5). Nella spiritualità ebraica veniva richiesto un amore a Dio totale, assoluto (“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente”, Lv 19,18), mentre quello verso il prossimo era relativo (come te stesso). Tra i  due tipi d’amore, quello a Dio e quello al prossimo, c’era una gerarchia di valori: l’amore a Dio andava sempre scelto per primo. Gesù, nella parabola, mostra che cosa può provocare l’osservanza della Legge e dell’amore a Dio intesi come valori assoluti.

I fatti della parabola sono noti: un uomo è stato assalito dai briganti in una zona, la strada che da Gerusalemme (818 m. sul livello del mare) conduce a Gerico, situata a 258 m. sotto il livello del mare. Questa strada attraversa luoghi aridi e deserti, è difficile da percorrere e pericolosa per i brutti incontri che si possono fare, come infatti è capitato a un pover’uomo che viene aggredito, rapinato e lasciato mezzo morto.

La fine è certa.

A meno che… a meno che non passi qualche buonanima che se ne prenda cura. E Gesù, con grande abilità, la presenta quest’anima santa che può salvare il morente: per la stessa strada sta scendendo un sacerdote: meglio non poteva capitare. Gerico era una città sacerdotale, e da qui, secondo i loro turni, i sacerdoti salivano al tempio di Gerusalemme per svolgere il loro servizio. Il fatto che questo sacerdote stia scendendo, significa che ha compiuto la sua settimana di servizio nel santuario, ed è in condizioni di estrema santità e purezza… meglio non poteva capitare. E Gesù aumenta la tensione negli ascoltatori, dicendo che il sacerdote si accorge del morente, lo vede, ma… “passò dall’altra parte” (Lc 10,31).

Perché? È un uomo senza cuore? Indifferente alle sofferenze umane?  Peggio: è un uomo religioso. E la sua religione gli impone, a lui, sacerdote in stato di purità legale, di non avvicinarsi a un ferito, perché anche una sola goccia di sangue lo può rendere impuro (Lv 21,1). Del resto gli è stato insegnato che, quando sarà il momento, non potrà fare neanche un’ultima carezza al cadavere dei suoi genitori, perché altrimenti ne contrae l’impurità (Lv 21,11). Il sacerdote non si sente interpellato dal dramma del morente. Per le persone religiose è ovvio che il rispetto della Legge divina venga prima dell’aiuto al prossimo. In caso di conflitto tra il bene di Dio e il bene dell’uomo, le persone religiose sanno sempre che cosa scegliere. Non insegna la loro Legge che l’amore a Dio è più importante di quello per il prossimo? Non per Gesù. Gesù, ogni volta che si troverà in conflitto tra l’osservanza della legge divina e il bene dell’uomo non avrà alcuna esitazione: facendo il bene dell’uomo si è certi di fare anche quello di Dio.

Troppo spesso per onorare Dio si fanno soffrire le persone. Ogni speranza è persa per l’uomo aggredito dai banditi. Anche quella, morta sul nascere, dell’apparizione di un Levita, ovvero un addetto al culto e alle cerimonie del tempio di Gerusalemme. Anche lui in condizioni di purità, anche lui osservante, anche lui lo vede e passa dall’altra parte. A rendere ormai il quadro definitivamente drammatico, è l’apparire, dopo due sante persone che potevano essere i salvatori, la sinistra figura di un Samaritano, l’individuo più spregevole e più lontano da Dio che potesse esistere. L’odio tra Giudei e Samaritani era proverbiale, e i Giudei evitavano accuratamente di passare per la Samaria, regione pericolosa a causa dei suoi bellicosi abitanti.
È la fine per il pover’uomo.  Ora senz’altro il Samaritano, che lo ha visto, si avvicinerà e gli darà il colpo di grazia, eliminando così un nemico, e magari prendendo quel che i briganti potevano aver lasciato.

Nel momento culminante della parabola, Gesù gioca la sua carta migliore, quella che sconvolge l’uditorio. Per comprendere la gravità e la novità dell’affermazione che Gesù farà, è necessario sapere che nel mondo ebraico si distingueva tra avere compassione e usare misericordia. Il primo, la compassione, era un atteggiamento esclusivo di Dio, con il quale il Signore restituiva vita a chi non l’aveva, e nella Bibbia viene sempre adoperato per indicare l’azione divina. Il secondo, la misericordia, era invece un sentimento degli uomini. Ebbene, ecco il colpo di scena: afferma Gesù che il Samaritano “avendolo visto ebbe compassione… e si prese cura di lui” (Lc 10,31).

Un uomo, e per giunta quello considerato più lontano da Dio, ha lo stesso comportamento del Signore, la compassione. Inaudito! Quale, dei due personaggi, il sacerdote e il samaritano, è il credente? Per Gesù il credente non è colui che obbedisce a Dio, ma colui che assomiglia al Padre, manifestando un amore simile al suo.

La fede nel Signore non si vede da quel che uno crede, ma da come ama. Per questo Gesù, nel suo insegnamento, dichiara che il Signore non chiederà conto agli uomini delle volte che sono saliti al tempio a pregare, ma di quante hanno aperto la loro casa al forestiero. Il Signore non chiederà quanto gli è stato offerto, ma quanto è stato donato al bisognoso (Mt 25,31-46).

Il dottore della Legge aveva chiesto a Gesù chi era il suo prossimo, ovvero fino a che punto doveva
arrivare il suo amore. Gesù, a sorpresa, gli ribalta la domanda, e dopo aver illustrato la parabola, chiede al dottore della Legge: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di chi si era imbattuto nei briganti?” (Lc
10,36). Il dottore resta spiazzato… e nella sua balbettante risposta, non può ammettere, lui, difensore della
Legge e della tradizione, che un uomo possa avere avuto lo stesso sentimento di Dio, la compassione, e risponde: “Quello che ha avuto misericordia di lui” (Lc 10,37). Ma il samaritano, ha detto Gesù, non ha avuto misericordia (attività umana), bensì ha usato compassione (attività divina).

Per Gesù il prossimo non è colui che viene amato, ma colui che ama. Essere prossimo non dipende da chi si trova nel bisogno, ma da chi gli si approssima per aiutarlo. Il dottore della Legge voleva sapere fino a che punto dovesse arrivare il suo amore. Gesù gli insegna da dove questo amore deve partire.

Ecco pertanto uniti i due importanti concetti della fede, quello di credente e quello di prossimo: il credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo, e questo amore lo spinge a farsi prossimo di chiunque si trovi in condizioni di difficoltà .

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