L’inizio del Cammino – p. Carlo Maria Martini SJ

Gesù «si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma in quella notte non presero nulla» (Gv 21,2-3).

Consideriamo questi versetti come immagine dell’uomo che cerca Dio, che da Dio è cercato e che da Gesù riceve la sua missione nella Chiesa, tenendo però presente la domanda centrale di tutto l’episodio: «Pietro, mi ami tu, sei capace di amare, che cosa sei capace di fare nel tuo amore per me?».

Il primo passo che facciamo è quello di cercare di comprendere chi è quest’uomo Pietro, per capire dietro a lui chi sono io, perché anziché dire l’uomo Pietro, posso dire “me”, il mio nome.

La domanda di questa meditazione è la domanda che sant’Agostino ripeteva sovente: «Che io mi conosca, Signore, che io mi conosca!», ed è una domanda alla quale finiamo per non rispondere. Quante sorprese col passare degli anni nella risposta a questa domanda: «Che io mi conosca!».

Farò semplicemente al testo tre interrogazioni che ci aiuteranno a riflettere. Poi suggerirò qualche esercizio di lettura biblica, di preghiera e di ricerca su noi stessi.

«Non presero nulla»
Cosa ci dice il brano su Pietro e i suoi? Il testo dice che si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo (sono Giacomo e Giovanni) e poi altri due discepoli: sette. Già sorge una domanda: come mai sono sette e non tutti? Come mai sono solo sette discepoli e non undici (lasciamo Giuda)? Perché questa comunità, che pure era stata ricostituita da Gesù dopo la risurrezione, stenta a camminare come comunità. Anche negli episodi precedenti, quando era venuto Gesù la sera del primo giorno dopo il sabato, mancava uno di loro, Tommaso. Questa volta Tommaso c’è, ma mancano altri. Dov’è Matteo, per esempio, dove sono altri che conosciamo come discepoli? Si vede che il ricostituire la comunità dei credenti non è una cosa facile, e Gesù opera con pazienza, prendendo le persone un po’ così, una per una. La grande opera di Gesù è di costituirci in comunità, in Chiesa, ma sa che è difficile, che è faticoso e allora ci prende così come siamo.

Qui prende questi sette – anche se era certamente da deplorarsi che non ci fossero tutti –, comincia col poco che c’è. Noi tutti tendiamo a una vita di comunità, di comunione, di gruppo, a fare comunità nella Chiesa e spesso ci lamentiamo che non si riesce. È importante partire da ciò che c’è: non deplorare ciò che non c’è. Se i sette si fossero messi a fare il processo agli altri, non si sarebbero mossi e Gesù non si sarebbe mostrato.

Anche noi qui potremmo dire: siamo cento, è un bel numero, ma gli altri dove sono? Perché non siamo in cinquecento o in cinquemila a fare questa esperienza? Non ci sarebbe niente di strano che tutti i giovani la facessero. Nel mondo ortodosso greco, ad esempio, sono molti i giovani che arrivati a questa età vanno a passare qualche mese nel monastero del monte Athos per una esperienza di preghiera prolungata. Ma se
noi ci attardassimo a dire: «Perché? Dove sono gli altri?», non andremmo mai a pescare. Invece il Signore ci chiede di buttarci anche per gli altri e di ringraziarlo, sicuri che lui, a partire dal poco, produce il molto. Se lui vorrà, questa esperienza, come granello di senape potrà crescere e diventare un albero grande, un’abitudine per tutti.

Abbiamo visto perché gli apostoli non sono tutti e cosa significa. Vediamo adesso chi sono, perché il testo ci dà i nomi. Non sempre il Vangelo è così accurato nel riferire i nomi delle persone presenti: questa volta c’è un elenco quasi completo, e pensiamo cosa vuol dire.

C’è Simon Pietro; Simone è il nome di nascita e Pietro è il nome di battesimo. Poi c’è Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea e i figli di Zebedeo. Come mai alla fine del Vangelo c’è bisogno di ricordare che Tommaso è detto Didimo, che Natanaele è di Cana di Galilea, che Giacomo e Giovanni sono i figli di Zebedeo? L’evangelista ci vuol ricordare che ciascuno di questi ha una storia, un carattere, è un personaggio, è un tipo

C’è una grandissima varietà di temperamenti.

Simon Pietro è quello che è partito con grande entusiasmo e poi ha rinnegato Gesù. Pietro è un uomo, da una parte pieno di sé, sicuro, impulsivo, di cuore grande, però fragile in certi momenti: un uomo complesso, anche discusso, proprio perché non è stato sempre fedele.

Tommaso è quello che si era “buttato” un giorno, quando andavano a Gerusalemme (Gv 11,16) ed erano incerti se andare o no a Betania dagli amici di Gesù (Lazzaro stava morendo: anzi era morto) e Tommaso dice: «Andiamo anche noi e moriamo con lui»; cioè fa superare tutte le paure dei discepoli di andare a Gerusalemme. Quindi un uomo coraggioso, entusiasta, che però è anche incredulo, messo da parte, risentito, facile alla chiusura, incapace di comunicare, che si fa pregare dai discepoli perché dice: «Non credo finché non vedo» (Gv 20,25). Anche lui ha gravemente mancato verso la comunità.

Natanaele è un altro tipo. Per quanto lo conosciamo è il ragazzo semplice a cui tutto va bene, quello che fin dall’inizio accetta Gesù con grande entusiasmo. Ha fatto, è vero, le sue obiezioni: «Che cosa può venire di buono da Nazareth?» (Gv 1,46), ma quando ha avuto una parola di Gesù ha detto: «Tu sei veramente il Figlio di Dio, colui che aspettiamo». È un carattere riflessivo, ragionevole, costante, profondo.

La varietà dei temperamenti indica che c’è una chiamata ecclesiale per tutti. Nessuno può dire di avere un temperamento che non va… C’è una chiamata per i più focosi, c’è una chiamata per i collerici, c’è una chiamata per i placidi, per i semplici: per tutti. Non importa dove siamo o chi siamo: cioè, importa sapere chi siamo per vedere la nostra strada, ma con la tranquillità che Gesù mi accetta così come sono, mi vuol bene così come sono. Anche se i miei amici e le mie amiche mi criticano, Gesù non critica, mi accoglie volentieri, come sono, per chiamarmi.

È uno dei significati che possiamo vedere in questa lista di nomi che ci viene riferita. I due discepoli di cui non si fa il nome sottolineano che ci sono altri anonimi nella comunità, altri chiamati di cui però non si conosce il carattere e forse neppure loro lo conoscono. Ma anche questi sono amati da Gesù. Adesso ci domandiamo: che cosa fanno? Qui il testo è da considerare con attenzione.

«Disse loro Simon Pietro: io vado a pescare». Un po’ strano questo modo di esprimersi perché, se veramente fanno gruppo, Pietro dovrebbe dire: «Andiamo a pescare». Dicendo: «Io vado a pescare» e aspettando la risposta: «Veniamo anche noi con te» (risposta che certamente lo rallegra molto), si vede che sta riconquistando gradualmente un’influenza perduta. Siamo nel momento di faticosa ricostituzione della comunità. Ma perché san Giovanni racconta queste cose? Non c’è niente di strano che dei pescatori vadano a pescare. La ragione è molto semplice. In questo andare a pescare, perché hanno fame, c’è il dinamismo costante dell’uomo che sempre vuol fare qualcosa, che sempre ha qualche progetto. Noi siamo produttori istintivi di progetti e di azioni; l’uomo è per natura sua attivo, creativo, inventivo e l’aspetto dinamico salta fuori anche nelle cose più semplici. Il bisogno dei discepoli di mettersi in azione fa contrasto con il più doloroso insuccesso: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla». Questa
azione programmata dei discepoli non riesce.

L’evangelista ci vuole anche dire che l’andare a pescare è sì un’azione normale, ma a questo punto è un’azione ambigua. Infatti, erano stati mandati a conquistare il mondo e, invece, si rimettono a pescare come se niente fosse stato. C’è in loro una certa ambiguità tra i grandi ideali a cui sono stati chiamati e il quotidiano che li riassorbe, e questa ambiguità viene fuori nel grande insuccesso e nella umiliazione. Erano pescatori abili, capaci, e non prendono niente.

Credo che in quella notte mentre tiravano le reti una volta, una seconda e una terza volta sempre vuote, si saranno chiesti: ma che cosa ci sta succedendo? È proprio questo il nostro mestiere? O forse è un’altra la nostra vocazione? Gesù non ci aveva detto: «Non preoccupatevi di che cosa mangerete e berrete, cercate prima il Regno di Dio»? Non ci ha detto: «Sarete pescatori di uomini»? E in questa inquietudine (Gesù lavora attraverso l’inquietudine e l’umiliazione) cominciano a capire che quello che sembrava loro una
vocazione evidente, una chiamata evidente («andiamo a pescare»), non era la loro vera chiamata. Il Signore si serve dell’insuccesso per purificarli amaramente, affinché capiscano che la loro felicità non è lì, non è fare una buona pesca e una bella mangiata di pesci. Sono tutte cose buone che Gesù non disprezza (e lui stesso, dopo, preparerà il pasto per loro), ma il desiderio che sentono dentro di muoversi, di far qualcosa è molto più grande di queste cose. Essi non possono più essere definiti come semplici pescatori.

La loro vocazione è più alta.

Ecco ciò che leggiamo dietro a queste righe sulla vicenda vissuta dagli apostoli nella loro imperfezione e nella loro tristezza. Erano andati a pescare perché non sapevano cosa fare d’altro; perché erano tristi e non avevano un progetto più grande di vita. Un po’ come un ragazzo che dice: «Io vado a ballare» e gli altri: «Veniamo anche noi perché non sappiamo cosa fare e così occupiamo la domenica». È quel mettere avanti delle cose tanto per farle, perché non sia vuoto il tempo e non perché è scattato dentro un ideale.

Chiamati a qualcosa di più

Che cosa ci dice questo testo sull’uomo? Che antropologia c’è dietro? Esprimo due osservazioni che partono da ciò che abbiamo detto sui discepoli, ma le applichiamo all’uomo, perché questo è un testo che rivela l’uomo, che rivela chi siamo noi.

a) Prima osservazione: l’uomo è mosso dai desideri. Noi siamo un fascio di desideri, una centrale produttiva di desideri. E questi desideri sono formidabili, perché hanno un’ampiezza, una instancabilità e una capacità di ricrearsi senza fine. Se conosciamo veramente noi stessi sappiamo di essere una fornace di desideri.
Questo è ciò che distingue l’uomo da tutto il resto: l’uomo non è mai stanco di desiderare e di volere, non è mai soddisfatto. A differenza dell’animale, che è contento perché ha mangiato, l’uomo anche dopo un buon pranzo dice: «In fondo però non abbiamo raggiunto ciò che volevamo, dovevamo stare più insieme, dovevamo capirci di più, parlarci di più». Sono formidabili i desideri dell’uomo perché sono vissuti nella forza
moltiplicatrice e acceleratrice dei sentimenti e delle emozioni. Non sono desideri sottili come un filo di seta, ma corposi come una valanga che si mescola con le emozioni che continuano a crescere, e questo è il mistero che portiamo dentro di noi. È lo spessore che c’è in ciascuno, anche nella persona apparentemente più timida, che non parla mai, che è sempre in un angolo. Se la potessimo conoscere ci accorgeremmo che è una fornace di desideri. Qualche volta lo spiraglio si apre e allora si vedono grovigli di cose, aspirazioni, recriminazioni, risentimenti, amarezze, ire, speranze. Spesso non ce ne accorgiamo, perché tutto è coperto dal velo della quotidianità. Andiamo a pescare, ci occupiamo della pesca, e quando rientriamo in noi stessi ci accorgiamo della immensa e pericolosa ricchezza che portiamo dentro e che, peraltro, è il valore della vita umana. Da qui deriva subito una conseguenza: che per essere veramente noi stessi, per giungere veramente a essere autentici, a saper amare, bisogna appropriarsi di questi desideri, fare ordine in essi, chiarirli, tenerli in mano e non spegnerli. Perché spegnerli sarebbe la morte, la morte civile e umana. Certe volte si incontrano persone che hanno spento i loro desideri: per loro tutto è uguale, su tutto sono scettici. In fondo uno dei mali maggiori della droga è che spegne tutti i desideri eccetto uno. Non c’è più desiderio e
infatti dicono: «La testa non mi gira più», cioè non si interessa più a niente: c’è una sola cosa, un’unica cosa che si stringe come un pozzo fino a diventare praticamente invisibile. D’altra parte, i desideri non possono nemmeno essere tumultuosamente lasciati andare perché rischierebbero di diventare distruttivi di noi stessi e degli altri. Per questo ho detto che dobbiamo appropriarcene: appropriarci dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre intenzioni, delle nostre capacità di amare fino in fondo. Quella che chiamiamo “capacità di amare” è un po’ la sintesi di questa potenza di desiderio che c’è nell’uomo. Ordinare il desiderio è una delle cose più importanti. E per questo la preghiera è un’attività fondamentale dell’uomo; la preghiera ordina i desideri, li assume e li indirizza verso il bene. La preghiera ci aiuta a non spegnerli. E questo è vitale perché senza desideri, i sentimenti, le emozioni e le nostre azioni avrebbero lo spessore di una ragnatela e non faremmo mai niente, non costruiremmo niente.

Senza desideri uno non affronta una famiglia, non si sposa, non affronta una vocazione, non si impegna in un lavoro difficile: cerca gli impieghi più comodi e nascosti, che non danno fastidio; e alla fine è inquieto perché l’uomo questi desideri li ha in sé e non può farne a meno. È meglio affrontarli e guardarli in faccia, appropriarsene ragionevolmente, indirizzarli e allora si diventa più autentici, cioè più capaci di amare e di rispondere alla domanda: «Pietro mi ami tu?». Pietro era un uomo di violentissimi desideri e perciò anche
di sbagli e di paure; ma aveva raggiunto, attraverso una penosa purificazione, la chiarezza sui suoi desideri.
Dunque la prima osservazione è che l’uomo è mosso dai desideri e deve fare ordine in essi.

b) Seconda osservazione: l’insuccesso mostra all’uomo lo scarto tra l’infinità dei suoi desideri e la possibilità di realizzarli. La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l’amara sensazione che non basta dire di andare a pescare per riuscire a pescare. C’è uno scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva. Quanti sogni di gioventù restano castelli in aria proprio per lo scarto tra ciò che noi vorremmo essere nella vita e ciò che poi si realizza! Vorremmo essere come il tale o il tal’ altro, il nostro “io ideale” si proietta e alla fine vediamo che c’è una differenza enorme; l’insuccesso mostra la distanza tra l’infinità dei desideri e la possibilità di realizzarli.

La pesca infruttuosa diventa il simbolo di questo scarto, ed è una delusione salutare perché ci permette di riappropriarci con ordine dei nostri desideri. Ma può essere anche molto pericolosa: scatena reazioni negative e drammatiche.

Ricordo il caso di un uomo molto per bene che non riuscì ad accettare l’umiliazione di essere retrocesso nella carriera e per questo giunse a uccidere. L’insuccesso aveva provocato in lui lo scatenamento di desideri, che c’erano ma che prima riusciva a dominare perfettamente. È un’immagine di ciò che l’insuccesso provoca, per la violenza delle forze che si agitano dentro di noi, e che gli antichi chiamavano le passioni dell’uomo. Le passioni non sono soltanto la sensualità; sono anche l’invidia, l’ambizione, l’orgoglio e i risentimenti più forti; come pure sono passioni l’amore, la fedeltà, l’impegno, il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza. Queste sono le forze dell’uomo che dobbiamo imparare a conoscere e a dominare.

Anche se non arriviamo a casi drammatici, dobbiamo però dire che la pesca infruttuosa si ripete spesso nella nostra vita. Viene ad esempio, magari in giovanissima età, una malattia che immobilizza ed ecco tutta una serie di sogni che crollano. E uno passa due, tre, quattro anni prima di riuscire, se riesce, a ricomporre la profondità dei suoi desideri con la realtà che sta vivendo. Conosco situazioni in cui da questa ricomposizione è venuta fuori una forza speculare formidabile. Ma quanta fatica per arrivare a questa
ricomposizione! Anche un’amicizia che sfuma è spesso fonte di grande delusione; un posto non ottenuto, un posto di lavoro sul quale avevamo puntato, soprattutto in situazioni in cui c’è una carriera quasi obbligata.

È la notte sul lago di Tiberiade. E il Vangelo non dice tutto; ma quando cominciavano a tirar su la rete vuota, sarà cominciata la litania delle colpe: «È colpa tua, quanto mai siamo venuti, chi ci ha fatto uscire, chi ha
avuto questa idea». Cioè vengono fuori tutti i sentimenti negativi. Dobbiamo riflettere per capire, come gli apostoli, che in fondo l’importante non è “andare a pescare”, che si è chiamati a qualcosa di più grande e che il Signore può farci conoscere quel “qualcosa di più” attraverso l’insuccesso.

Guardare dentro se stessi

Che cosa dice questo testo a me? Ciascuno dovrà ascoltarlo soprattutto nella preghiera. Io cerco solo di aiutarvi, suggerendovi quattro interrogativi.

a ) Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della mia vita? Cerchiamo di scavare un po’ dentro la fornace dei nostri desideri, e capire perché faccio ciò che faccio. Perché io faccio il vescovo, chi me lo fa fare? Per quale motivo? Quali sono le radici del mio vivere così? Perché studio? Perché vivo questo tipo di vita, perché attendo ciò che attendo? Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della vita?

b) Sono in buona coscienza con questi desideri? È la domanda che gli apostoli hanno cominciato a porsi quando non pescarono niente. È davvero la cosa più importante quella che stiamo facendo? Siamo veramente chiamati a essere pescatori come prima o stiamo sfuggendo alla vera chiamata? O forse desidero cose che non si possono avere? Ricordatevi che due comandamenti dei dieci sono sui desideri: «Non desiderare la roba d’altri»; «Non desiderare la donna d’altri». Quindi toccano le due grandi fonti dei desideri umani: le cose, le situazioni, le posizioni; poi le persone. I nostri desideri possono sbagliare gravemente sulle persone. E la gran parte dei conflitti umani – uccisioni, gelosie, perversioni, rotture di famiglie – nascono da un errato orientamento dei desideri.

c) Vi sono in me dei desideri profondi sotto la cenere? Desideri nobili, grandi, che io sto soffocando? Questa domanda si può porre anche così: ho veramente stima di me? Ci sono tante persone che hanno talmente ridotto o svilito l’ambito dei loro desideri che se ne vergognano, cioè non sono contenti. Non hanno vera stima di sé, perché non hanno capito l’ampiezza infinita dei loro desideri.

d) Come mi comporto quando “non prendo pesci”? Cioè come mi comporto quando mi capita quel che è capitato agli apostoli? Mi autoaccuso con delle forme ulteriori di masochismo contro di me, me la prendo perché mi sento buono a niente, non valgo, non riesco; oppure, con forme inconsce di sadismo, accuso gli altri, la società, la Chiesa, la comunità, il gruppo, la parrocchia? Oppure mi comporto ragionevolmente chiedendomi: «Ho ben orientato i miei desideri?».

La preghiera su queste riflessioni potrebbe essere il salmo 63. Il primo inizia con: «L’anima mia anela a te»: è l’uomo dei desideri, che ha un desiderio infinito di Dio.  «L’anima mia anela a te… nella terra arida, senz’acqua… così nel santuario ti ho cercato…»: è la storia di un desiderio lucido, perfetto, chiarito, appropriato.

Oppure potrebbe essere il salmo 8, che dice: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi… che cosa è l’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato». Noi siamo grandi per questa grandezza di desideri veri […].

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