La chiamata a seguire Cristo Gesù – Dietrich Bonhoeffer

E procedendo oltre vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto alla dogana e gli dice: «Seguimi».  Ed egli, alzatosi, lo seguì. (Mc. 2,14).

Cristo chiama e, senza ulteriore intervento, chi è chiamato obbedisce prontamente. Il discepolo non risponde confessando a parole la sua fede in Gesù, ma con un atto di obbedienza. Com’è possibile questo immediato riscontro dell’obbedienza con la chiamata? Questo fatto urta profondamente la ragione naturale; essa deve sforzarsi a separare questa successione così diretta; qualcosa deve esservi frapposto, qualcosa deve essere spiegato. Bisogna assolutamente trovare un intervento, psicologico, storico. Si chiede scioccamente se il pubblicano non abbia conosciuto Gesù già prima e per questo sia stato così pronto a obbedire alla sua chiamata. Ma il testo non dice nulla di simile, vuole appunto mettere in rilievo questa corrispondenza del tutto immediata tra azione e chiamata. Non intende dare spiegazioni psicologiche alle scelte religiose di un uomo. Perché no? Perché c’è una sola ragione valida per questa corrispondenza tra chiamata e azione: Gesù Cristo stesso. È lui che chiama. Perciò il pubblicano lo segue. Questo incontro attesta l’autorità di Gesù incondizionata, immediata e ingiustificabile.

Nulla precede questo incontro e nulla segue se non l’obbedienza del chiamato. Il fatto che Gesù è il Cristo gli dà il pieno potere di chiamare e di pretendere obbedienza alla sua parola. Gesù invita a seguirlo, non come maestro e come esempio, ma perché è il Cristo, il Figlio di Dio. Così questo breve testo annunzia Gesù Cristo e il diritto che egli rivendica sull’uomo, null’altro. Nessuna lode per il discepolo, per il suo cristianesimo così deciso. L’attenzione non deve fermarsi su di lui, ma solo su colui che chiama, sulla sua autorità. Non intende nemmeno indicare una via per credere e per seguire; nessun’altra via porta alla fede al di fuori dell’obbedienza alla chiamata di Gesù.

E che cosa ci dice il testo del modo di seguire? Seguimi. Corri dietro a me. Ecco tutto. Camminare dietro a lui è, in fondo, qualcosa senza contenuto. Non è certo un programma di vita, la cui realizzazione possa sembrare ragionevole; non è una meta, un ideale a cui si possa tendere. Non è una cosa per cui, secondo l’opinione degli uomini, valga la pena impegnare qualcosa, e tanto meno se stessi. Ma che accade? Il chiamato abbandona tutto ciò che possiede, non per compiere un atto particolarmente valido, ma semplicemente a causa di questa chiamata, perché altrimenti non potrebbe seguire Gesù. A questo atto in sé non viene dato alcun valore. L’atto in sé resta qualcosa di assolutamente irrilevante, insignificante. Si fa un taglio netto e semplicemente ci si incammina. Si è chiamati fuori e bisogna «venir fuori» dall’esistenza condotta fino a questo giorno; si deve ‘esistere’ nel senso più rigoroso della parola. Il passato resta indietro, lo si lascia completamente. Il discepolo viene gettato dalla sicurezza relativa della vita nell’assoluta mancanza di sicurezza (ma, in realtà, nell’assoluta sicurezza e tranquillità della comunione con Gesù); da una situazione di cui ci si può rendere conto e che si può valutare (ma in realtà del tutto imprevedibile), in una esistenza imprevedibile, esposta al caso (ma in realtà l’unica determinata dalla necessità e valutabile); dall’ambito delle possibilità limitate (ma in realtà infinite) nell’ambito delle possibilità illimitate (ma di fatto nell’unica realtà veramente liberatrice). Questo, però, non è una legge generale, ma, anzi, proprio il contrario di ogni legalismo. E di nuovo non è null’altro che il vincolo che lega solo a Gesù Cristo, cioè appunto la completa rottura con ogni piano programmato, ogni aspirazione idealistica, ogni legalismo. Perciò non si può dare altro contenuto, perché Gesù Cristo è l’unico contenuto. Accanto a Gesù non possono esserci altri contenuti: Lui stesso è il contenuto.

La vocazione a seguire Gesù è quindi legame con la sola persona di Gesù, rottura con ogni legalismo, per opera della grazia di colui che chiama. È una chiamata della grazia, un comandamento della grazia. È al di là di ogni opposizione tra legge ed Evangelo. Cristo chiama, il discepolo segue. È grazia e comandamento insieme. «Cammino per una via spaziosa, perché cerco i tuoi comandamenti» (Sal. 119.45).

Seguire Cristo vuol dire legarsi a lui. Cristo esiste, ne deriva la necessità di seguirlo. Un’idea di Cristo, una dottrina, una generale conoscenza religiosa della grazia o del perdono dei peccati non richiede obbedienza, anzi, veramente la esclude, ne è nemica. Con un’idea si entra in un rapporto di conoscenza, di entusiasmo, forse anche di realizzazione, ma mai di un impegno personale di obbedienza. Un impegno senza Gesù vivente necessariamente rimane un cristianesimo senza impegno di obbedienza; e un cristianesimo senza impegno di obbedienza è sempre un cristianesimo senza Gesù Cristo; è un’idea, un mito.

Un cristianesimo in cui c’è solo Dio Padre, ma non Cristo il Figlio vivente, annulla addirittura l’impegno a seguirlo. In esso ,si trova fiducia in Dio, ma non obbedienza. Solo perché il Figlio di Dio si è fatto uomo, perché è mediatore, il giusto rapporto con lui è l’obbedienza. L’obbedienza è legata al mediatore, e dove si parla correttamente dell’impegno a seguirlo, lì si parla del mediatore Gesù Cristo. Solo il mediatore, il Dio-uomo può invitare a seguire.

Obbedienza senza Gesù Cristo è scelta personale di una via forse ideale, forse una via di martire, ma è una via senza promessa; Gesù deve respingerla.

«Poi si avviarono verso un altro villaggio. Mentre erano in cammino, un tale gli disse: ‘Ti seguirò dovunque tu vada’. Ma Gesù gli rispose: ‘Le volpi hanno tane, gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove poter poggiare il capo’. Disse poi ad un altro: ‘Seguimi’. Ma quegli rispose: ‘Signore, permettimi che prima vada a seppellire mio padre’. Gli disse: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, tu va’ ad annunziare il regno di Dio’. Gli disse ancora un altro: ‘Ti seguirò, Signore, ma prima permettimi di congedarmi con quei di casa’. Gli rispose Gesù: ‘Nessuno che pone mano all’aratro e guarda indietro è atto al regno di Dio’» (Lc. 9,56-62).

Il primo discepolo si offre lui stesso a seguire Gesù, non è chiamato; la risposta di Gesù avverte l’entusiasta che non sa quello che fa. Non può saperlo. Ecco il senso della risposta, nella quale viene mostrata al discepolo come si prospetta, in realtà, la vita con Gesù. Parla colui che va incontro alla croce, la cui intera vita, nel credo apostolico, viene espressa con la sola parola ‘patì’. Nessun uomo può scegliere volontariamente una simile vita. Nessuno può chiamarsi da se stesso, così dice Gesù, e la sua parola resta senza risposta. L’abisso fra l’offerta spontanea di seguirlo e la reale via al suo seguito resta aperto. Ma quando Gesù stesso chiama, egli supera anche questo abisso.

Il secondo vuole seppellire suo padre prima di seguire. La legge lo vincola. Egli sa ciò che vuole e ciò che deve fare. Prima deve adempiere alla legge, poi vuole seguire Gesù. Un chiaro comandamento della legge si frappone qui fra il chiamato e Gesù. La chiamata di Gesù si oppone rigorosamente a che in nessun caso si permetta che qualcosa si ponga fra Gesù e il chiamato, fosse anche la cosa più grande e sacra, fosse anche la legge. È assolutamente necessario, per amore di Gesù che proprio ora la legge che voleva frapporsi venga trasgredita: tra Gesù e il chiamato essa non ha più alcun diritto. Perciò Gesù si oppone alla legge e ordina di seguirlo. Così parla solo il Cristo. Egli ha l’ultima parola. L’altro non può resistere. Questa chiamata, questa grazia è irresistibile.

Il terzo intende l’impegno a seguire nello stesso modo del primo, cioè come un’offerta che parte da lui solo, come programma di vita proprio, scelto da lui stesso. Ma, a differenza del primo, si sente in diritto di porre, da parte sua, delle condizioni. E così si ingarbuglia in completa contraddizione. Si vuole mettere dalla parte di Gesù, ma allo stesso tempo pone qualcosa fra sé e Gesù: «permettimi prima». Vuole seguire, ma vuole lui stesso creare le condizioni del suo impegno. Seguire costituisce per lui una possibilità, la cui realizzazione dipende dall’adempiersi di determinate condizioni e di determinati presupposti. Così l’atto di seguire diviene un atto umanamente comprensibile e avveduto. Prima si fa una cosa, poi l’altra. Tutto a tempo debito. Il discepolo stesso si mette a disposizione, ma acquista così anche il diritto di porre delle condizioni. È evidente che da questo momento l’impegno a seguire non è più veramente tale. Diviene un programma umano, che io seguo secondo il mio giudizio, che io posso giustificare in maniera razionale e morale. Questo terzo, dunque, vuole seguire, ma nell’attimo stesso in cui lo dice, non vuole più farlo. Nella sua stessa offerta annulla già l’impegno di seguire; infatti la volontà di seguire non ammette condizioni che si frappongano fra Gesù e l’obbedienza. Questo terzo, dunque, è in contraddizione non solo con Gesù, ma anche con se stesso. Non vuole ciò che vuole Gesù, ma non vuole nemmeno ciò che vuole lui stesso. Egli giudica se stesso, è in contrasto con se stesso, e solo perché dice: «permettimi prima». La risposta di Gesù conferma con una similitudine la sua contraddizione con se stesso che gli impedisce di seguire: «Nessuno che pone mano all’aratro e guarda indietro è atto al regno di Dio».

Seguire significa compiere determinati passi. Già il primo passo fatto dopo la chiamata separa colui che segue Gesù dalla sua vita passata. Così la chiamata a seguire crea subito una nuova situazione. Restare nella situazione di prima e seguire sono due posizioni che si escludono a vicenda. Questo, in un primo periodo, era chiaramente visibile. Per poter seguire Gesù il pubblicano doveva abbandonare il suo impiego, Pietro le sue reti. Secondo il nostro modo di vedere anche allora le cose si sarebbero potute svolgere diversamente. Gesù avrebbe potuto trasmettere al pubblicano una nuova conoscenza di Dio e lasciarlo nella sua situazione precedente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio divenuto uomo, la cosa sarebbe possibile. Ma dato che Gesù è il Cristo, era necessario che si riconoscesse subito chiaramente che la sua parola non è una dottrina, ma una ri-creazione dell’esistenza. Si trattava di incamminarsi realmente con Gesù. Con il fatto stesso di chiamare uno al suo seguito Gesù gli diceva che per lui non c’era altra possibilità di credere tranne quella di abbandonare tutto e di mettersi in cammino con il Figlio di Dio divenuto uomo.

Con il primo passo, chi segue è messo in condizione di poter credere. Se non segue, se resta indietro,’ non impara a credere. Chi è chiamato deve trasferirsi dalla situazione in cui non può credere nella situazione nella quale solo si può credere. Questo passo non ha nessun valore programmatico in sé, è giustificato solo dal fatto che con esso si entra in comunione con Gesù. Finché Levi resta seduto alla dogana o Pietro presso le sue reti, essi possono esercitare onestamente e fedelmente la loro professione, possono avere concezioni vecchie o nuove di Dio, ma se vogliono imparare a credere in Dio essi devono seguire il Figlio di Dio divenuto uomo, devono camminare con lui.

Prima era diverso. Potevano vivere e lavorare nel loro paese, silenziosi e ignorati; obbedivano alla legge e attendevano il Messia. Ma ora questo era venuto, ora li chiamava. Ora credere non era più vivere in silenzio e attendere, ma incamminarsi al suo seguito. Ora il suo invito a seguirlo scioglieva tutti i vincoli precedenti per legare unicamente a Gesù Cristo. Ora tutti i ponti dovevano essere spezzati, bisognava compiere il passo nell’infinita incertezza per riconoscere ciò che Gesù chiede e ciò che dona. Levi, restando alla gabella, avrebbe senz’altro potuto trovare in Gesù un aiuto in ogni difficoltà, ma non lo avrebbe riconosciuto come quell’unico Signore al quale offrire tutta la sua vita, non avrebbe imparato a credere. Deve essere creata la situazione nella quale si può credere in Gesù, il Dio divenuto uomo, la situazione impossibile, in cui si punta su una sola cosa, cioè sulla Parola di Gesù. Pietro deve uscire dalla sua barca e camminare sulle acque ondeggianti, per sperimentare la propria impotenza e l’onnipotenza del suo Signore. Se non fosse uscito, non avrebbe imparato a credere. Perché si possa credere, deve essere messa in evidenza quella situazione così impossibile, dal punto di vista etico semplicemente irresponsabile, sul mare ondeggiante.
La via che conduce alla fede passa attraverso l’obbedienza alla chiamata di Cristo. Quel passo è necessario, altrimenti la chiamata di Gesù va a vuoto, ed ogni pretesa di seguirlo senza compiere questo passo a cui Gesù invita diviene una falsa esaltazione.

Il pericolo di voler distinguere tra una situazione in cui si può credere e una in cui non si può credere è gravissimo. Bisogna essere ben convinti che, in primo luogo, non dipende mai dalla situazione come tale, ne è possibile riconoscere di che specie essa sia. È la chiamata di Gesù che la qualifica come situazione in cui si può credere. In secondo luogo, non è l’uomo a poter mettere in evidenza la situazione in cui si può credere. L’obbedienza non è un’offerta dell’uomo. Solo la chiamata crea la situazione. In terzo luogo, questa situazione non ha mai un valore in sé. È giustificata solo dalla chiamata. Ed infine, e soprattutto, la situazione stessa nella quale si può credere è resa possibile solo nella fede.

Il concetto di situazione in cui si può credere è solo la perifrasi per le circostanze di fatto nelle quali valgono le seguenti due proposizioni, che sono ambedue ugualmente vere: solo chi crede obbedisce, e solo chi obbedisce crede.

Va a grave scapito della fedeltà biblica se lasciamo la prima senza la seconda. Che solo chi crede obbedisce, crediamo di comprenderlo. Infatti – diciamo – l’obbedienza è conseguenza della fede come un buon frutto proviene da un buon albero. Prima viene la fede, poi l’obbedienza. Se con questa affermazione vogliamo semplicemente attestare che solo la fede giustifica e non l’atto dell’obbedienza, essa, certo, è il presupposto necessario e incontestabile per tutto il resto. Se, però, con essa si intende dare una determinazione di tempo, che, cioè, prima si deve credere e che l’obbedienza segue in un secondo tempo, allora fede e obbedienza vengono separate e resta aperta la questione assai pratica: quando deve incominciare l’obbedienza? L’obbedienza rimane separata dalla fede. Per la giustificazione è necessario separare fede e obbedienza, ma questa separazione non deve mai annullare la loro unità, che consiste nel fatto che la fede esiste solo nell’obbedienza; non può esserci fede senza obbedienza, la fede è fede solo nell’atto dell’obbedienza.

Dato che l’affermazione che l’obbedienza è conseguenza della fede è impropria, e per attestare l’unità inscindibile tra fede e obbedienza, alla proposizione «solo chi crede obbedisce» si deve opporre quest’altra: «solo chi obbedisce crede». Se nella prima la fede è presupposto dell’obbedienza, nella seconda l’obbedienza è presupposto della fede. Se l’obbedienza è detta conseguenza della fede, essa deve essere detta altrettanto presupposto della fede.  Solo chi obbedisce crede. Bisogna obbedire ad un ordine concreto per poter credere. Bisogna fare un primo passo nell’obbedienza perché la fede non diventi un pio autoinganno, grazia a buon prezzo. Tutto dipende dal primo passo. Questo si distingue qualitativamente da ogni altro passo. Il primo passo deve allontanare Pietro dalle sue reti, farlo uscire dalla sua barca, deve allontanare il giovane ricco dalle sue ricchezze. Solo in questa nuova esistenza creata dalla fede si può credere.

Ora questo primo passo deve essere dapprima considerato come l’opera esteriore, che consiste nello scambiare un modo di vita con un altro. Ognuno può compiere questo passo. L’uomo è libero di farlo. È un atto all’interno della iustitia civilis nella quale l’uomo è libero. Pietro non può convertirsi, ma può abbandonare le sue reti. Secondo i Vangeli in questo primo passo è già implicita la richiesta di un atto che riguarda tutta l’esistenza. La chiesa romana pretendeva un tale passo solo nella possibilità straordinaria offerta dal monachesimo, mentre per gli altri credenti bastava la disposizione a sottomettersi incondizionatamente alla chiesa ed ai suoi precetti. Anche negli scritti teologici di Lutero è messa in rilievo l’importanza del primo passo: Dopoché il pericolo del malinteso sinergistico è, una volta per sempre, rimosso, si può e si deve lasciare spazio a quel primo atto esteriore necessario per la fede: si tratta qui di entrare in chiesa, dove è annunziata la Parola della salvezza. Questo passo può essere fatto in piena libertà. Vieni in chiesa; puoi farlo grazie alla tua libertà di uomo. Tu puoi, la domenica, lasciare la tua casa e andare ad ascoltare la predicazione. Se non lo fai, ti escludi volontariamente dal luogo dove si può credere. Con questo invito gli scritti di Lutero attestano di conoscere una situazione in cui si può credere ed una in cui la fede non è possibile. Certo, questa coscienza resta alquanto nascosta, quasi ci si vergognasse; ma è presente proprio nella coscienza che il primo passo quale atto esteriore è di fondamentale importanza.
Se si è veramente riconosciuto quanto sopra, bisogna aggiungere che questo primo passo, se compiuto solo come atto esteriore, è e rimane un’opera della legge, senza vita, che da sé non può condurre mai a Cristo. Come atto esteriore l’esistenza nuova resta esattamente quella vecchia; nel migliore dei casi si ottiene un nuovo regolamento, un nuovo stile di vita, che non ha, però, nulla a che vedere con la vita nuova con Cristo. Il beone che non beve più, il ricco che regala le sue ricchezze sono certo liberati dall’alcol e dal denaro, ma non da se stessi. Restano interamente se stessi, forse, anzi, più di prima; sottomessi alla richiesta di operare, restano sempre nella situazione mortale di prima. Certo, l’opera deve essere compiuta, ma non libera da sé dalla morte, dalla disobbedienza, dalla lontananza da Dio. Qualora noi stessi vedessimo nel nostro primo passo il presupposto per la grazia, per la fede, saremmo già condannati a causa di quest’opera e completamente tagliati fuori dalla grazia. Eppure quest’opera esteriore comprende tutto ciò che siamo soliti chiamare sentimento, buoni propositi, tutto ciò che la chiesa romana chiama «lacere quod in se est». Se facciamo il primo passo con l’intenzione di porci nella situazione che rende possibile la fede, allora anche questa capacità di credere non è altro che opera, solo una nuova possibilità di vita entro la nostra vecchia vita, e con ciò intesa in maniera del tutto errata; restiamo ancora nella nostra incredulità.

Eppure quest’opera esteriore è necessaria, dobbiamo metterci nella situazione di poter credere. Dobbiamo compiere questo passo. Che vuol dire? Significa che questo passo è fatto bene solo se lo compiamo non in vista della nostra opera da compiere, ma solo in vista della Parola di Gesù Cristo, che ci invita a compierla.

Pietro sa di non poter uscire dalla barca di propria volontà; già il primo passo sarebbe la sua rovina, perciò grida: «Comanda che io venga da te sulle acque» e Cristo risponde: «Vieni». Dunque Cristo deve aver chiamato; solo in obbedienza alla sua Parola, possiamo fare il primo passo. Questa chiamata è la sua grazia, che chiama dalla morte alla nuova vita dell’obbedienza. Ora, però, che Cristo ha chiamato, Pietro deve uscire. dalla barca per venire da Gesù. Così, in realtà, il primo passo dell’obbedienza è già un atto di fede nella Parola di Cristo. Ma si fraintenderebbe completamente il vero senso della fede, se si volesse, da questo fatto, dedurre che il primo passo non è più necessario, dato che c’è già la fede. Di fronte a questo pensiero si deve proprio osare di affermare che si deve compiere il passo dell’obbedienza prima di poter credere. Chi disobbedisce non può credere.

Ti lamenti di non poter credere? Nessuno deve meravigliarsi di non essere capace di credere, finché disobbedisce o si oppone coscientemente in un qualche punto al comandamento di Gesù. Non vuoi sottomettere al comandamento di Gesù una tua qualche passione peccaminosa, un’inimicizia, una speranza, i piani che ti sei fatto per la tua vita, la tua ragione? Non meravigliarti di non ricevere lo Spirito Santo, di non saper pregare, di non veder esaudita la tua preghiera di poter aver fede. Va piuttosto a riconciliarti con il tuo fratello, abbandona il peccato che ti tiene prigioniero e sarai di nuovo capace di pregare. Se rifiuti la Parola di Dio che ti dà un ordine, non puoi neppure ricevere la Parola di grazia. Come potresti trovare la comunione con Colui al quale ti sottrai coscientemente in qualche punto? Chi disobbedisce non può credere, credere può solo chi obbedisce.

 In questo punto la benevola chiamata di Gesù Cristo a seguirlo diviene dura legge: fa questo, non fare quello. Esci dalla barca e vieni da Gesù. A chi cerca di giustificare la sua reale disobbedienza alla chiamata di Gesù con la fede o con l’incredulità Gesù dice: «Prima obbedisci, fa l’opera esteriore, abbandona ciò che ti lega, lascia ciò che ti separa dalla volontà di Dio. Non dire: non ho la fede necessaria. Non ce l’hai finché disobbedisci, finché non vuoi fare il primo passo. Non dire: ma io ho fede, non occorre più che faccia il primo passo. Tu non ce l’hai finché e perché non vuoi fare il primo passo, ma ti indurisci sotto le apparenze di umile fede. È una cattiva scusa rimandare dalla propria mancata obbedienza alla mancanza di fede, e dalla fede mancante alla mancanza di obbedienza. La disobbedienza dei ‘credenti’ consiste appunto nel confessare la propria incredulità, quando viene chiesta obbedienza, e giocare con questa confessione (Mc. 9,24). Se credi fa  il primo passo. Esso conduce à Gesù Cristo. Se non credi, fallo lo stesso, così ti è comandato. Non è tuo compito preoccupar ti della tua fede o della tua mancanza di fede; ti si ordina di obbedire immediatamente. Nell’atto dell’obbedienza si crea la situazione in cui la fede è resa possibile ed esiste realmente».

Dunque non c’è una situazione, ma Egli crea una situazione, nella quale sei in grado di credere. Si tratta di mettersi in quella situazione perché la fede sia vera e non un autoinganno. Proprio perché si tratta di vera fede in Gesù Cristo, perché la fede è e resta unica meta («da fede a fede» Rom. 1,17), questa situazione è indispensabile. Chi protesta troppo in fretta e in maniera troppo protestante deve lasciare che gli si chieda se non sta difendendo la grazia a buon prezzo. Infatti, se le due proposizioni restano lì, l’una accanto all’altra, non possono essere causa di scandalo per la vera fede, mentre ognuna di esse, presa a sé, è necessariamente di grave scandalo. Solo il credente obbedisce – ecco quel che vien detto al credente a proposito dell’obbedienza; solo l’obbediente crede – ecco quel che vien detto all’obbediente a proposito della fede. Se la prima proposizione resta sola, colui che crede è lasciato in balìa della grazia a buon prezzo, cioè della dannazione; se la seconda frase resta sola, allora chi crede è lasciato in balìa delle opere, cioè della dannazione.

In base a ciò possiamo gettare uno sguardo nella cura d’anime cristiane. È molto importante che un pastore (cioè chiunque si occupi di cura delle anime) parli conoscendo bene ambedue le proposizioni. Egli deve sapere che il lamento di mancanza di fede proviene sempre di nuovo da cosciente o non più cosciente mancanza di obbedienza e che a questo lamento corrisponde troppo facilmente il conforto della grazia a buon prezzo. E allora la disobbedienza resta e la parola della grazia si muta in quel conforto che il disobbediente si dà da sé, in quel perdono dei peccati che egli si concede da se stesso. Però così l’annunzio si svuota di senso per lui, egli non lo sente più. E anche se si perdona da sé i peccati mille volte, non è in grado di credervi, appunto perché in realtà il perdono non gli è stato concesso. L’incredulità si alimenta della grazia a buon prezzo, perché vuole persistere nella disobbedienza. Questa è una situazione che, oggi, si incontra spesso nella cura d’anime cristiana. In seguito al perdono dei peccati concesso a se stesso l’uomo giunge necessariamente ad un indurimento nella propria disobbedienza; egli asserisce di non saper distinguere il bene ed il comandamento di Dio; questo sarebbe ambiguo e permetterebbe varie interpretazioni. La coscienza della propria disobbedienza, che in principio ci vedeva ancora chiara, si offusca sempre più e si giunge ad un indurimento del cuore. Il disobbediente si è tanto ingarbugliato e preso nel proprio laccio che non può più sentir la Parola, non è realmente più in grado di credere. Tra colui che è indurito ed il pastore nascerà pressappoco il seguente dialogo: «Non posso più credere» – «Ascolta la Parola che ti viene annunziata». – «La sento, ma non mi dice più nulla, mi passa accanto». – «Tu non vuoi ascoltare». – «Eppure, sì». – A questo punto di solito la conversazione pastorale cessa, perché il pastore non sa più che pensare. Egli conosce solo la proposizione: chi crede obbedisce. Con questa affermazione non può più aiutare l’indurito di cuore, che appunto non crede e non può credere. Il pastore perciò pensa di trovarsi già a questo punto di fronte all’ultimo mistero, che cioè Dio dona la fede a uno e la nega all’altro. Con questa frase si cedono le armi. L’impenitente resta solo, e, rassegnato, continua a lamentarsi per le sue difficoltà. Ma proprio qui sta la svolta del dialogo. E la svolta è totale. Non si discute più e le domande e difficoltà dell’altro veramente non sono più prese sul serio; tanto più sul serio si deve prendere l’uomo stesso che cerca di nascondersi dietro i suoi problemi.

A questo punto si irrompe nella fortezza, che egli ha costruito attorno a sé, con le parole: «solo chi obbedisce crede». Si interrompe il dialogo e il pastore dice: «Tu sei disobbediente, tu rifiuti di obbedire a Cristo, vuoi mantenere il dominio su una parte di te stesso. Non puoi ascoltare Cristo, perché sei disobbediente; non puoi credere alla grazia, perché non vuoi obbedire. Tu indurisci parte del tuo cuore di fronte alla chiamata di Cristo. La difficoltà sta nel tuo peccato». E con ciò Cristo stesso è di nuovo sulla scena; egli attacca il diavolo nell’uomo che si è nascosto sinora dietro la grazia a buon prezzo. Ora tutto dipende dal fatto che il pastore abbia pronte le due proposizioni: «solo chi obbedisce crede», e, «solo chi crede obbedisce». Nel nome di Gesù egli deve incitare all’obbedienza, all’azione, al primo passo. «Abbandona ciò che ti tiene legato e segui Gesù». In questo momento tutto dipende da questo passo. La posizione occupata dall’impenitente deve essere abbattuta; in essa infatti Cristo non poteva più essere sentito. Il fuggitivo deve uscire dal nascondiglio che si è costruito. Solo dopo esserne uscito è di nuovo libero di vedere, udire, credere. Di fronte a Cristo non si è, veramente, guadagnato nulla con questa opera, che come tale resta un’opera senza vita; eppure Pietro deve uscire sul mare mosso per poter credere.
Dunque, il fatto in breve è questo: l’uomo, affermando che solo chi crede obbedisce, si è avvelenato con la grazia a buon prezzo. Egli rimane nella sua disobbedienza e si consola con il perdono che egli stesso si aggiudica, e così si chiude di fronte alla Parola di Dio. Non si riesce a irrompere nella fortezza, finché gli si ripete sempre solo la proposizione dietro la quale egli si nasconde. Bisogna che avvenga la svolta; bisogna che lo si inciti ad obbedire: solo chi obbedisce crede.

Ma così lo si induce a seguire la via della giustificazione per opere? No, gli si fa solo comprendere che la sua fede non è fede; egli viene liberato dall’irretimento in se stesso. Deve uscire all’aria aperta, alla libertà data dalla decisione. Così egli può sentire di nuovo l’invito di Gesù a credere e a seguirlo.

E con ciò ci troviamo già al punto centrale dell’episodio del giovane ricco.

«Ed ecco che un uomo gli si accostò e gli disse: ‘Buon Maestro, cosa debbo fare di buono per avere la vita eterna?’ Gli rispose: ‘Perché m’interroghi attorno al buono? Uno solo è il buono. Se poi vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti’. Gli domandò: ‘Quali?’. E Gesù rispose: ‘Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora il padre e la madre, ama il tuo prossimo come te stesso’. Il giovane rispose: ‘Tutte queste cose io le ho osservate: che cosa ancora mi manca?’. Gesù gli replicò: ‘Se vuoi essere perfetto, va, vendi i tuoi beni, dalli ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi’. Il giovane, però, avendo udito una tal parola, se ne andò afflitto, perché aveva molti beni» (Mt.19,16-22).

La domanda del giovane in cerca della vita eterna concerne la sua salvezza; è l’unica vera e valida ricerca. Ma non è facile porre la domanda nella forma giusta. Lo si vede dal fatto che il giovane, che evidentemente intende porre questa domanda, in fondo ne pone una ben diversa; in realtà schiva questa domanda. Infatti egli si rivolge con la sua domanda al «buon maestro»; vuole sentire l’opinione, il consiglio, il giudizio del buon signore, del grande maestro. Con ciò mostra due cose: in primo luogo la domanda riveste una grande importanza per lui; Gesù deve avere qualcosa di molto significativo da rispondere. In secondo luogo egli attende certo dal buon maestro, dal grande maestro un’osservazione di essenziale importanza, tuttavia non s’aspetta una direttiva divina veramente impegnativa. Il problema della vita eterna per il giovane è senz’altro una questione sulla quale desidera parlare e discutere con un «buon maestro». Ma già qui gli si oppone subito l’osservazione di Gesù: «Perché mi interroghi attorno al buono? (In Mc. 10,19 è detto: perché mi chiami buono? ). Uno solo è il buono». La sua domanda ha tradito la sua intenzione. Voleva parlare della vita eterna con un buon maestro; invece deve sentirsi dire che con questa domanda egli non si trova di fronte ad un buon maestro, ma a Dio stesso. Perciò il Figlio di Dio non gli darà altra risposta se non un chiaro rinvio al comandamento del Dio unico. Dal «buon maestro» egli non riceverà una risposta che alla manifesta volontà di Dio aggiunga un’opinione personale. Gesù allontana lo sguardo da sé e lo indirizza al solo Dio buono, e appunto in questo atto si dimostra Figlio perfetto e obbediente di Dio. Ora, se l’interrogante è posto al cospetto stesso di Dio, egli è scoperto anche come uno che cercava di sfuggire al comandamento manifesto di Dio, che egli pur conosce bene. Il giovane conosce i comandamenti; ma egli si trova appunto in una situazione tale che non si accontenta di essi, che vuole andare oltre. La sua domanda viene svelata come domanda posta da chi segue una pietà inventata e scelta da lui stesso. Perché il giovane non si accontenta del comandamento conosciuto? Perché finge di non trovare una risposta alla sua domanda, pur conoscendola da tempo? Perché vuole accusare Dio di averlo tenuto all’oscuro proprio a proposito di questo problema vitale e decisivo? Così il giovane è già preso prigioniero e condotto in giudizio. Dalla domanda non impegnativa a proposito della salvezza viene richiamato alla semplice e schietta obbedienza ai comandamenti conosciuti.

Segue un secondo tentativo di evasione. Il giovane risponde con un’altra domanda: «Quali?». Dietro questa domanda si nasconde Satana stesso. In essa infatti stava l’unica scappatoia possibile per lui che si accorgeva di essere imprigionato. Naturalmente il giovane conosce i comandamenti; ma chi può sapere quale dei comandamenti, così numerosi, vale proprio ora e proprio per lui? La rivelazione del comandamento è ambigua, poco chiara, dice il giovane. Egli non vede i comandamenti, ma di nuovo solo se stesso, i suoi problemi, i suoi conflitti. Dal chiaro comandamento di Dio egli ripiega sull’interessante posizione indiscutibilmente umana del «conflitto etico». L’errore non sta nel fatto che egli è consapevole di questo conflitto, ma che questo conflitto viene contrapposto ai comandamenti di Dio. I comandamenti sono stati dati appunto per porre fine al conflitto. Il conflitto etico, che è il fenomeno etico primordiale dell’uomo dopo il peccato originale, è esso stesso l’opposizione dell’uomo contro Dio. Il serpente, nel paradiso, pose questo conflitto nel cuore dell’uomo: «Davvero Dio ha detto?». L’uomo viene strappato dal comandamento chiaro e preciso e dalla semplice e schietta obbedienza fìliale mediante il dubbio etico, mediante l’accenno che il comandamento ha senz’altro ancora bisogno di essere interpretato e spiegato. «Davvero Dio ha detto?». L’uomo stesso decida con la forza della sua conoscenza del bene e del male, con la forza della sua coscienza di che cosa è il bene. Il comandamento è ambiguo, Dio vuole che l’uomo lo interpreti e spieghi e decida in piena libertà. Ma in questo modo si. è già rifiutato di obbedire al comandamento. Alla semplice azione è subentrato il duplice ragionamento. L’uomo dalla coscienza libera vanta la sua superiorità sul figlio obbediente. Chi si richiama al conflitto etico rinuncia all’obbedienza. È la ritirata dalla realtà di Dio sulle posizioni delle possibilità dell’uomo, dalla fede al dubbio. E così accade una cosa imprevista: la stessa domanda con la quale il giovane tenta di coprire la sua disobbedienza svela quale egli è veramente, cioè un uomo soggiogato dal peccato. È la risposta di Gesù a svelarlo. Vengono citati i comandamenti manifesti di Dio. Gesù, citandoli, li conferma quali comandamenti di Dio. Il giovane è nuovamente messo alle strette; sperava di potersi ancora una volta rifugiare in una conversazione poco impegnativa su questioni di vita eterna. Sperava che Gesù gli offrisse una soluzione del conflitto etico. Invece Gesù non affronta la questione, ma lui stesso. L’unica risposta alle difficoltà del conflitto etico è lo stesso comandamento di Dio e con esso la sollecitazione a smettere di discutere e a obbedire finalmente. Solo il diavolo ha da offrire una soluzione del conflitto etico, e cioè: fermati alla domanda e sarai dispensato dall’obbedienza. Gesù non mira al problema del giovane, ma al giovane stesso. Egli non prende per nulla sul serio il conflitto etico preso tanto sul serio dal giovane. Per Gesù una sola cosa è importante, che il giovane finalmente ascolti il comandamento e obbedisca. Proprio li dove il conflitto etico vuol essere preso tanto sul serio, dove tormenta e assoggetta l’uomo non permettendogli di pervenire all’atto liberatore dell’obbedienza, proprio lì si svela tutta la sua irreligiosità, lì si manifesta come disobbedienza definitiva, in quanto è privo di serietà e lontano da Dio. Serio è solo l’atto dell’obbedienza, che pone fine al conflitto e lo spezza, atto che libera e permette di essere figli di Dio. Ecco la diagnosi divina fatta al giovane. Due volte ora il giovane è stato posto di fronte alla verità della Parola di Dio; non può più schivare il comandamento di Dio. Sì, il comandamento è chiaro e bisogna obbedire. Ma – non basta! «Tutte queste cose io le ho osservate: che cosa mi manca ancora?». Il giovane, rispondendo in questo modo, era certo altrettanto convinto della sincerità del suo problema quanto lo è stato in tutto ciò che ha fatto prima. Ma appunto qui sta la sua caparbietà di fronte a Gesù: conosce il comandamento, lo ha osservato, ma pensa che la volontà di Dio non possa accontentarsi di quanto ha fatto, che si debba aggiungere ancora qualcosa di straordinario, di eccezionale. Egli è pronto a farlo. Il comandamento manifesto di Dio è imperfetto, così dice il giovane nel suo ultimo tentativo di sfuggire al reale comandamento, nel suo ultimo tentativo di non rinunciare a se stesso, di poter decidere lui del bene e del male. Egli accetta il comandamento, ma allo stesso tempo lo attacca frontalmente: «Tutte queste cose io le ho osservate: che cosa mi manca ancora?». Il Vangelo secondo Marco aggiunge a questo punto: «Allora Gesù fissando il suo sguardo sopra di lui lo amò» (Mc. 10,21). Gesù riconosce che il giovane si è chiuso di fronte alla Parola vivente di Dio, che infuria con tutta la sua serietà, con tutto il suo essere contro il comandamento vivente, contro la semplice e schietta obbedienza. Gesù vuole aiutare il giovane, lo ama. Perciò gli dà l’ultima risposta: «Se vuoi essere perfetto va, vendi i tuoi beni, dalli ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi». In queste parole rivolte al giovane tre sono le cose a cui si deve badare:
Primo: Ora è Gesù stesso che comanda. Gesù, che un momento prima aveva voluto che il giovane volgesse lo sguardo non al buon maestro, ma al buon Dio, ora si avvale della sua autorità per dire l’ultima parola, l’ultimo comandamento. Il giovane deve rendersi conto che di fronte a lui sta il Figlio di Dio stesso. Il giovane non aveva ancora riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio, perciò Gesù aveva attirato la sua attenzione sul Padre, identificandosi completamente con questo. E a causa della stessa unità col Padre Gesù ora esprime lui stesso il comandamento del Padre. Il giovane deve riconoscerlo senza alcun dubbio, quando sente l’invito di Gesù a seguirlo. Ecco la somma di tutti i comandamenti: il giovane venga a vivere nella comunione col Cristo; Cristo è la meta dei comandamenti. Questo Cristo ora sta di fronte a lui e lo chiama. Non esiste più alcuna scappatoia nella finzione del conflitto etico. Il comandamento è chiaro: seguimi!
Secondo: Anche questa chiamata a seguire Gesù ha bisogno di essere chiarita per divenire comprensibile. Bisogna che per il giovane sia impossibile fraintendere l’impegno di seguire Gesù, ritenendolo un’avventura etica, una via, uno stile di vita strano e interessante, ma, se necessario, revocabile. Sarebbe pure frainteso qualora il giovane lo potesse considerare una conclusione finale delle sue azioni e dei problemi di cui siè occupato fino a quel momento, un’addizione a quanto precede, un’integrazione, un completamento e perfezionamento di ciò che ha fatto sinora. Perché, dunque, sia ben chiaro e inequivocabile, è necessario creare una situazione che non permetta un ritorno alle posizioni precedenti, una situazione irrevocabile, che allo stesso tempo metta in evidenza che non si tratta affatto solo di integrazione di quanto si è fatto sinora. Gesù crea questa situazione necessaria con l’invito alla povertà volontaria. Essa forma il lato esistenziale, spirituale; vuole aiutare il giovane a comprendere finalmente e ad obbedire come si deve; nasce dall’amore di Gesù per il giovane. È solo l’anello di congiunzione tra la vita seguita finora dal giovane e quella al seguito di Gesù. Ma – attenzione! – non è essa stessa la via al seguito di Gesù, non ne è nemmeno il primo passo; è l’obbedienza che sola rende possibile il seguire Gesù. Prima il giovane vada a vendere tutto quello che ha e a darlo ai poveri, poi potrà venire da Gesù e seguirlo. La meta è di poter seguire Gesù, la via per raggiungerla è, in questo caso, la povertà volontaria.

Terzo: Gesù riprende la domanda del giovane che vuol sapere che cosa gli manchi. «Se vuoi essere perfetto…». Questa premessa suscita l’impressione che qui si parli realmente di un’aggiunta a quanto è stato fatto precedentemente. Difatti è anche un’aggiunta, nel cui contenuto, però, è insito l’annullamento di tutto il passato. Il giovane finora appunto non è perfetto; infatti ha compreso e osservato il comandamento in modo sbagliato. Ora lo può comprendere e può agire bene solo seguendo Gesù, ma anche così solo perché Gesù Cristo lo chiama. Riprendendo la domanda del giovane, Gesù gliela toglie. Il giovane cercava la sua via per conquistare la vita eterna, Gesù gli dice: «lo ti chiamo, ecco tutto».

Il giovane cercava una risposta alla sua domanda. La risposta è: Gesù Cristo. Il giovane voleva sentire la parola del buon maestro, ora riconosce che questa parola è… l’uomo stesso a cui ha rivolto la sua domanda. Il giovane si trova di fronte al Figlio di Dio: un incontro pieno. Ora non esiste altro che un sì o un no, obbedienza o disobbedienza. Il giovane risponde di no. Il giovane si allontana afflitto; si è visto deluso, ingannato nella sua speranza; eppure non può separarsi dal suo passato. Aveva molti beni. La chiamata al seguito di Gesù anche qui non ha altro contenuto all’infuori di Gesù stesso, il legame con lui, la comunione con lui. L’esistenza di chi vuole seguire Gesù non consiste in venerazione esaltata di un buon maestro, ma nell’obbedienza al Figlio di Dio.

Questo racconto del giovane ricco trova esatta corrispondenza in quello che fa da cornice alla parabola del buon Samaritano.

«Ed ecco un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova, dicendo: ‘Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna?’ Gli rispose: ‘Nella legge che cosa è stato scritto? come leggi?’ Quegli rispondendo disse: ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso’. Gli disse: ‘Hai risposto bene, fa’ questo e vivrai’. Ma quegli volendo giustificarsi disse a Gesù: ‘E chi è il mio prossimo?’» (Le. 10,25-29).

Il dottore della legge pone la stessa domanda del giovane ricco. Solo che qui è constatato in partenza che si tratta di una domanda per mettere alla prova Gesù. Il tentatore ha già la sua risposta, che va a finire nell’aporia del conflitto etico. La risposta di Gesù è identica a quella data al giovane ricco. L’interrogante, in fondo, conosce la risposta alla sua domanda, ma ponendo la domanda, anche se conosce già la risposta, si vuole sottrarre all’obbedienza al comandamento divino. A lui non vien data altra risposta che: «fa ciò che sai e vivrai».

E così è stato snidato dalla sua prima posizione. Esattamente come il giovane ricco, anche lo scriba si rifugia nel conflitto etico: «chi è il mio prossimo?». Infinite volte dopo di allora questa domanda del tendenzioso scriba è stata ripetuta in buona fede; infatti viene considerata una domanda seria e ragionevole di un uomo in cerca della verità. Ma non si è letto bene il contesto. Tutto il racconto del buon Samaritano è semplicemente il rifiuto da parte di Gesù, la distruzione di questa domanda in quanto diabolica. È una domanda senza fine, senza risposta. Essa nasce «dai pensieri scossi e turbati di coloro che sono stati privati della verità, che hanno la malattia delle dispute oziose e delle questioni di parole, donde provengono l’invidia, le discordie, le ingiurie, i cattivi sospetti, gli alterchi» (1 Tim. 6,4 e 5).

È la domanda dei gonfi «’che’, sempre intenti a istruirsi, non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità» (2 Tim. 3,7), che «aventi apparenze di pietà, sono privi di quanto ne forma l’essenza» (2 Tim. 5,5). Sono incapaci di credere, pongono questa domanda, perché «bollati a fuoco nella loro coscienza» (1 Tim. 4,2), perché non vogliono ubbidire alla Parola di Dio. Chi è il mio prossimo? Possiamo dire se è il nostro fratello carnale, il nostro connazionale, il fratello nella comunità o il nostro nemico? Non possiamo affermare e negare, con lo stesso diritto sia l’una che l’altra cosa? Questa domanda non ci porta al dissidio e alla disubbidienza? Proprio così, questa domanda è la ribellione contro lo stesso comandamento di Dio. Sì, voglio ubbidire, ma Dio non mi dice come posso farlo. Il comandamento di Dio è ambiguo, mi lascia in eterno conflitto. La domanda «che cosa devo fare?» era il primo inganno. La risposta era: «metti in atto il comandamento che conosci. Non domandare, agisci». La domanda «chi è il mio prossimo?» è l’estrema domanda della disperazione o della sicurezza di sé, nella quale la disubbidienza cerca di giustificarsi. La risposta è: «tu stesso sei il prossimo. Va e ubbidisci con l’azione dell’amore».

Essere il prossimo non è una qualificazione dell’altro, ma è il diritto che l’altro fa valere, su di me, null’altro. In ogni attimo, in ogni situazione io sono quello a cui si chiede di agire, di ubbidire. Non c’è letteralmente il tempo per chiedere qualificazioni dell’altro. lo devo agire, devo ubbidire, devo essere il prossimo dell’altro. E se chiedi ancora spaventato: «non devo, prima, sapere e riflettere come agire?» non c’è altra risposta che: «non si può sapere né riflettere in altro modo che mettendosi ad agire, sapendo sempre che io stesso sono chiamato in causa. Solo ubbidendo, e non col porre delle domande, posso imparare cos’è l’ubbidienza. Solo ubbidendo conosco la verità».

La chiamata di Gesù a cieca ubbidienza ci libera dal dissidio della coscienza e del peccato. Il giovane ricco fu chiamato da Gesù alla grazia dell’ubbidienza, lo scriba tendenzioso, invece, fu rimandato alla legge.

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