Il mistero e la somiglianza – p. Carlo Maria Martini S.J.

L’itinerario verso il Mistero

Dio si nasconde per farsi cercare e trovare; la ricerca di lui, anche se sofferta e dolorosa, fa parte del gioco d’amore, necessario passaggio a un’esperienza più vera. «L’ho cercato, ma non l’ho trovato» (cfr. Ct 3,1.2): a sottolineare un formidabile dinamismo della nostra conoscenza di Dio.

In fondo, anche Giobbe può dire: ho cercato e non ho trovato, perché non ha avuto la risposta nella quale voleva intrappolare Dio. Ma giungerà ad affermare: «Ora i miei occhi ti vedono», mentre prima «ti conoscevo per sentito dire» (cfr. Gb 42,5), perché sono penetrato più profondamente nel tuo mistero.

Se abbiamo il dono di vivere noi stessi o di partecipare all’esperienza di altri che attraversano momenti di oscurità, di sofferenza, di ricerca e di amore, noi possiamo forse intuire qualcosa di più – anche se non è razionalmente esprimibile – del mistero della notte e della prova. Esso non è legato ai rigidi canoni della giustizia – essendo cieco, «chi ha peccato, lui o i suoi genitori?» (cfr. Gv 9,1) –, ma è inserito nel mistero espresso da Gesù: «Perché si manifestino in lui le opere di Dio» (Gv 9,3).

Nascondimento e presenza

Dal momento che Dio è mistero di relazionalità sorprendente e continuamente in moto, egli si comunica nel dinamismo di una ricerca intessuta di ombre e luci, nascondimenti e manifestazioni. Non dunque nella chiarezza logica, cristallina, cartesiana, che l’uomo vorrebbe sempre. Non come vorrebbero i fratelli di Gesù che lo esortano a manifestarsi.

Gesù si manifesta in relazione a quel mistero, cioè rendendosi presente e nascondendosi. Si manifesta nei miracoli e si nasconde nell’umiliazione della croce; si manifesta nella risurrezione, però soltanto ad alcuni intimi, e si nasconde alle grandi attese spettacolari del suo mondo e del mondo di ogni tempo.

A noi risulterebbe certamente più facile credere a un Dio che utilizza il palcoscenico della storia per un grande spettacolo pirotecnico.

La gioia della cima

Tuttavia, il Dio della Rivelazione è di natura misteriosa; non è soltanto ostensione piatta e plateale di sé, bensì ricerca, gioco, relazione continuamente rinnovata. Per conoscerlo dobbiamo quindi cercarlo, stare al suo gioco. Chi lo vuole ridurre a una dialettica diversa da quella che gli è propria, farà fatica a conoscerlo e ad accettarlo. Lo accetterà con l’intelligenza, ma non si rassegnerà al fatto che non sia come lui si attende.

Occorre entrare nel gioco, «esultare come giganti» percorrere questa strada, così come la percorre il sole dall’uno all’altro estremo. Il gioco racchiude sempre la serietà di un rischio e insieme leggerezza e gioia. Mi viene in mente l’immagine dell’ascensione di una parete di montagna; anch’essa è fatta per gioco, non si fonda su nessun calcolo di interesse. Per questo fa piacere, anche perché è rischio e c’è timore di non farcela. Ma quando, superando le varie difficoltà, a poco a poco si intravede la cima, scoppia nel cuore la gioia di averla conquistata, gioia che non può provare chi la raggiunge seduto comodamente in
seggiovia.

Comprendere tutto questo equivale a entrare nella conoscenza vera di Dio. La conoscenza «per sentito dire» presenta qualche crepa; possiamo conoscerlo come relazionalità fantasiosa, giocosa, sorprendente, creativa; e possiamo conoscerlo come Trinità d’amore solo se corriamo il rischio di arrampicarci cercando di rassomigliare al Figlio di Dio che si è giocato nell’universo creato fino a dare la vita .

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