ETHOS MONDIALE – Diritti umani e responsabilità – HANS KÜNG

1. DUE DICHIARAZIONI SUL TEMA «ETHOS MONDIALE»

Prima di parlarvi della responsabilità degli uomini per i diritti umani,  vorrei innanzitutto richiamare alla memoria alcuni principi fondamentali dell’ethos mondiale:

– l’ethos mondiale non è una ideologia o una sovrastruttura nuova;
– non rende superflua l’etica specifica di ogni religione o visione del mondo: sarebbe ridicolo considerare l’ethos mondiale come un sostituto della Torah, del Discorso della montagna, del Corano, del Bhagavadgita,
dei Discorsi del Buddha o dei Detti di Confucio;
– l’ethos mondiale è soltanto un minimo necessario di valori comuni, di standards e di atteggiamenti fondamentali.

In altre parole: esso  rappresenta un consenso minimo su valori vincolanti, standards irrevocabili  e atteggiamenti etici, che possano essere sottoscritti da tutte le religioni, al di là delle innegabili differenze dogmatiche e teologiche, e  che possono essere condivisi anche dai rappresentanti di visioni del mondo a carattere non religioso. Questo consenso attorno ai valori può fornire un contributo decisivo per superare la crisi di orientamento  odierna, diventata ormai un problema di portata veramente globale;
– l’ethos mondiale è quindi un progetto che richiede più di un decennio per essere realizzato; esso esige una trasformazione delle coscienze,  che ad ogni modo ha fatto grossi passi avanti negli ultimi dieci anni.

A chiunque prema che i diritti umani vengano pienamente rispettati e difesi più efficacemente su tutto il pianeta, dovrebbe pure interessare  il diffondersi di una trasformazione della coscienza in ordine ai doveri
degli uomini o alle loro responsabilità. Queste ultime devono essere considerate proprio in relazione alla sfida e agli sforzi di portata globale tesi a realizzare un ethos mondiale, un ethos per l’umanità. Tali sforzi hanno ricevuto negli ultimi anni un ampio sostegno internazionale.  Due documenti appaiono qui particolarmente significativi:
− il 4 settembre 1993 i delegati del Parlamento delle regioni mondiali a Chicago approvarono per la prima volta nella storia delle  religioni una «Dichiarazione sull’ethos mondiale»;
− il 1 settembre 1997, anche qui per la prima volta, l’InterAction  Council degli allora capi di Stato e di governo si espresse a favore  di un ethos mondiale e presentò alle Nazioni Unite una «Dichiarazione  universale delle responsabilità umane», concepita per sostenere,  rafforzare e completare i diritti umani muovendo da un punto  di vista etico;
− inoltre il terzo Parlamento delle religioni mondiali, che si riunirà a Kapstad nel dicembre 1999, promulgherà un «Appello alle più influenti  istituzioni sociali», basato sui principi della Dichiarazione di Chicago.

Così come presso il Parlamento delle regioni mondiali, sono stato consigliere scientifico anche in seno all’InterAction Council. Perciò  sono stato pure responsabile del primo progetto di questa Dichiarazione
delle responsabilità umane, col compito di includere in essa i numerosi miglioramenti proposti dagli uomini di Stato, dagli esperti appartenenti  ai diversi continenti, religioni e discipline. Mi identifico quindi pienamente con tale Dichiarazione. Se tuttavia non mi fossi occupato  per anni di questi problemi e non avessi scritto alla fine un libro dal titolo  «Un’etica globale per la politica e l’economia planetaria», pubblicato  nel 1997, che affronta con ampiezza di argomentazioni l’intero  spettro delle questioni qui richiamate, non avrei certo osato formulare  un progetto di questo tipo. Esso si lega in maniera stretta alla Dichiarazione dei diritti umani del 1948 e alla Dichiarazione per un ethos mondiale  del 1993, che richiedeva una continuazione politico secolare. Tali  dichiarazioni non rivelano quindi un carattere ingenuo: esse costituiscono piuttosto il frutto di uno sforzo spirituale. Dopo aver richiamato il contesto storico e personale, vorrei ora proporre alcune osservazioni che mi sembrano fondamentali per il nostro tema.

2. LA GLOBALIZZAZIONE RICHIEDE UN’ETICA GLOBALE

La Dichiarazione dell’InterAction Council non rappresenta un documento fine a se stesso. Essa fornisce una risposta alla richiesta urgente  di standards etici globali, a cui nel 1995 organismi internazionali così importanti come la Commissione delle Nazioni Unite per l’amministrazione globale e la Commissione mondiale per la cultura e lo sviluppo hanno dedicato dei capitoli consistenti delle loro relazioni. Lo stesso tema viene discusso da molto tempo presso il Word Economic  Forum a Davos, così come in seno all’Universal Ethics Project  dell’UNESCO. A quest’argomento viene prestata crescente attenzione proprio in Asia, dove appare spesso problematico parlare di diritti umani senza menzionare al contempo le responsabilità umane. Il Mahatma  Gandhi, interpellato sulla Dichiarazione dei diritti umani, disse: «il Gange dei diritti sgorga dall’Himalaja delle responsabilità».

La questioni sollevate da questi organismi internazionali e interreligiosi si pongono sullo sfondo di una considerazione di fatto: la globalizzazione in campo economico, tecnologico e mediatico si accompagna
alla globalizzazione di problemi che vanno dai mercati finanziari e  del lavoro fino alla tutela dell’ambiente e al crimine organizzato. Se  servono delle soluzioni globali per tali problemi, queste richiedono una
globalizzazione dell’ethos: non un sistema unitario di norme («Ethik»),  quanto piuttosto un indispensabile minimum di valori etici comuni, atteggiamenti fondamentali e criteri («Ethos»), a favore del quale ogni
regione, nazione o gruppo di interesse possa adoperarsi. In altre parole, è necessario un ethos umano comune. Non vi può essere alcun ordine  mondiale nuovo senza ethos mondiale!

Vorrei non essere frainteso: mi batto per la riscoperta e la reintroduzione di un ethos in ambito politico ed economico. Sono certo favorevole alla moralità (nel senso buono del termine) ma al contempo contrario al moralismo (la moralità in senso negativo). Ciò perché il moralismo e la moralizzazione sopravvalutano la moralità e le chiedono troppo. I moralisti fanno della moralità l’unico criterio dell’agire umano e non riconoscono l’indipendenza relativa dei diversi ambiti di  vita, come ad esempio l’economia, il diritto e la politica. Di conseguenza  essi tendono ad assolutizzare delle norme e dei valori legittimati per se stessi (come ad esempio la pace, la giustizia, l’ambiente, la vita, l’amore), trasformandoli in strumenti a  disposizione degli interessi  particolari di una istituzione (ad esempio un partito, una religione o un gruppo).

Il moralismo si manifesta attraverso un’insistenza unilaterale e penetrante su posizioni morali particolari (ad esempio in questioni  come il comportamento sessuale, la contraccezione, l’aborto, l’eutanasia e così via), che rende impossibile il dialogo razionale con  chi la pensa in maniera diversa. Per questo motivo mi sono opposto  con successo all’idea di far riferimento alle questioni appena menzionate nelle due Dichiarazioni, dal momento che non vi è intesa su questi  temi né a livello interreligioso né all’interno di ogni singola religione.

Se ci battiamo per alcuni standards etici comuni, non vogliamo quindi appoggiare né il fondamentalismo di qualsiasi specie né i politici opportunisti,  che spesso ricorrono oggi al linguaggio sentimentale di un
«ethos terapeutico nella pratica politica».  Nessun uomo razionale vorrà certo misconoscere la seguente affermazione:  il diritto richiede un fondamento etico! La sicurezza nelle nostre città e nei nostri paesi non può essere comprata col denaro, né  garantita aumentando il numero dei poliziotti o delle carceri. In altri
termini: l’accettazione eticamente fondata delle leggi (che stabiliscono sanzioni e possono essere rese effettive con la forza dallo Stato) costituisce un presupposto di ogni cultura sociale. A che servono nuove
legge ai singoli Stati e alle organizzazioni internazionali — siano essi gli Stati Uniti, l’Unione Europea oppure le Nazioni Unite — quando  una porzione significativa della popolazione, i gruppi di forza o i singoli non hanno intenzione di osservarle, ed escogitano continuamente vie e strumenti nuovi per imporre i loro interessi particolari in maniera  irresponsabile? «Quid leges sine moribus?» ricorda un brocardo romano:
cosa possono le leggi senza morale?

3. LE RESPONSABILITÀ UMANE RAFFORZANO I DIRITTI UMANI

Una Dichiarazione delle responsabilità dell’uomo sostiene e rafforza la Dichiarazione dei diritti umani dal punto di vista etico, così come  già è stato sottolineato programmaticamente nel Preambolo: «Noi […]
rinnoviamo e rafforziamo con ciò gli impegni già proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: la piena ammissione della dignità di tutti gli uomini, della loro libertà e uguaglianza inalienabile,
e della loro solidarietà reciproca». Il fatto che in molte situazioni i diritti umani non trovano concretizzazione, anche quando ciò sarebbe nei  fatti possibile, è dovuto, nella maggior parte dei casi, alla mancanza di
volontà politica ed etica. È incontestabile che «lo Stato di diritto e  l’implementazione dei diritti umani dipendono dalla disposizione degli  uomini ad agire secondo giustizia». Ciò non viene certo contestato
neanche da coloro che si battono in maniera attiva per i diritti dell’uomo. Sarebbe naturalmente sbagliato credere che la validità giuridica dei diritti umani dipenda da un esercizio effettivo delle responsabilità. I
diritti umani non possono essere intesi come una ricompensa offerta a chi si comporta bene. Ciò vorrebbe dire, nella pratica, che soltanto coloro che si sono dimostrati giuridicamente degni all’interno della società,
in virtù dell’adempimento dei loro doveri, possono godere dei  diritti. Un’idea così assurda rappresenterebbe un attacco alla dignità  incondizionata della persona umana, la quale costituisce di per sé un presupposto tanto dei diritti che delle responsabilità. Nessuno ha sostenuto, né intende farlo, che delle responsabilità umane determinate debbano essere assolte dai singoli o da una comunità prima di poter rivendicare
i diritti umani.

Tali diritti sono riconosciuti alla persona umana  in quanto tale, ma quest’ultima ha contemporaneamente diritti e responsabilità: per definizione ai diritti umani è associata la responsabilità  della loro osservanza. Va da sé che i diritti e le responsabilità si lasciano distinguere chiaramente; essi tuttavia non possono essere separati.

La loro relazione va descritta in maniera differenziata. Non si tratta di insiemi determinati, cui è possibile aggiungere o togliere elementi  dall’esterno, ma di due dimensioni, correlate tra loro, dell’esistere
umano in campo individuale e sociale.

Nessun diritto senza responsabilità! Questo slogan non è certo nuovo: esso rinvia all’epoca in cui i diritti umani videro la luce. Una richiesta  di questo tipo era già stata avanzata nel 1789, durante la discussione
in merito ai diritti umani nel Parlamento rivoluzionario francese. Se si proclama una dichiarazione dei diritti umani, essa va combinata  con una dichiarazione delle responsabilità umane: in caso contrario tutti godrebbero unicamente di diritti, in opposizione tra loro, e nessuno presterebbe più attenzione alle responsabilità reciproche, con  l’effetto di rendere impossibile il funzionamento dei diritti stessi. Quasi
la metà del Parlamento rivoluzionario si dichiarò a favore sia dei diritti che delle responsabilità umane. Tale questione rimase in seguito oggetto  di discussione.

E che dire di noi, duecento anni dopo la Grande Rivoluzione? Noi viviamo perlopiù in una società nella quale i singoli gruppi troppo  spesso fanno valere i propri diritti contro gli altri, senza riconoscere le
rispettive responsabilità. Ciò naturalmente non succede perché i diritti umani sono stati codificati come tali, quanto per effetto di alcuni sviluppi  errati collegati ad essi. Nella coscienza di molte persone tali sviluppi
hanno alimentato l’idea che i diritti abbiano una preminenza sulle responsabilità. Al posto di una cultura che aspira alla realizzazione dei  diritti umani, fa spesso capolino una non-cultura che avanza delle pretese
giuridiche esagerate, la quale finisce col travisare gli obbiettivi sottesi ai diritti umani. Il necessario equilibrio tra libertà, eguaglianza e fratellanza (appartenenza) non costituisce semplicemente quancosa di assodato, ma un obbiettivo da realizzare continuamente. In conclusione,  noi viviamo senza dubbio in una «società delle pretese», che si presenta  spesso come «società delle pretese giuridiche», o più precisamente
«delle liti giudiziarie». In questo modo lo Stato si trasforma in uno «Stato giudiziario». Ciò non richiede forse una attenzione rinnovata  per le responsabilità, prima di tutto all’interno dei nostri Stati costituzionali
sovra-regolati, caratterizzati da una pur legittima insistenza sui diritti?

Nonostante la Dichiarazione del 1948, siamo costretti a confrontarci, nella realtà di ogni giorno, con violazioni orribili dei diritti umani, che si estendono su scala planetaria. Ciò evidenzia come una dichiarazione  o una spiegazione cade nel vuoto laddove gli uomini, e in primo luogo chi detiene il potere, assumono nei confronti dei diritti umani  uno tra i seguenti atteggiamenti: li ignorano («hanno qualcosa a che
fare con me?»), non prestano loro attenzione («devo curare solo gli interessi  della mia azienda»), non li comprendono («a questo pensano le Chiese e le opere pie») oppure danno falsamente ad intendere di rispettarli  («noi, il governo, gli imprenditori, facciamo già il possibile»).

La «debolezza dei diritti umani» non è un carattere loro intrinseco,  ma scaturisce dalla mancanza di volontà politica e morale da parte di  chi è responsabile della loro realizzazione. Detto a chiare lettere: un impulso etico e la motivazione ad accettare delle responsabilità sono fattori irrinunciabili per una effettiva realizzazione dei diritti umani.

Molti difensori di questi diritti, che operano attivamente sui vari fronti del mondo e che dicono «sì ad un ethos globale», hanno già fatto proprio questo punto di vista. Tutti coloro che intendono battersi con efficacia
per i diritti umani dovrebbero quindi far proprio un nuovo impulso morale e una cornice etica di orientamento: il rifiutare tale punto di vista andrebbe infatti a loro svantaggio. La cornice etica di orientamento costituita dalla Dichiarazione delle responsabilità umane va sotto un certo profilo al di là dei diritti umani. La Dichiarazione dei diritti  dell’uomo non avanza una pretesa morale tanto estesa. Una Dichiarazione  delle responsabilità deve andare oltre e penetrare ben più in profondità. Entrambi i principi fondamentali della Dichiarazione offrono già un orientamento etico per la vita di tutti i giorni, che è tanto
comprensivo quanto basilare: si tratta dell’imperativo fondamentale  «ogni uomo va trattato in quanto uomo», e della Regola aurea «non  fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te». Per non parlare delle richieste  concrete avanzate dalla Dichiarazione delle responsabilità umane in riferimento alla sincerità, alla non-violenza, all’equità, alla  solidarietà, alla cooperazione ecc. Se la Dichiarazione dei diritti umani
deve lasciare aperta la domanda relativa a cosa sia moralmente permesso  o vietato, la Dichiarazione delle responsabilità umane offre a tal  proposito delle risposte determinate — non sotto forma di legge, ma di
imperativo morale.

Così come la Dichiarazione dei diritti umani, anche la Dichiarazione delle responsabilità umane rappresenta innanzitutto un appello morale.  In quanto tale, essa non assume alcun carattere vincolante sotto il profilo del diritto internazionale, ma si limita a proclamare di fronte all’opinione pubblica mondiale alcune norme basilari dell’agire individuale  e collettivo, che ognuna ed ognuno di noi dovrebbe fare proprie.

Chiaramente un appello di questo tende a produrre degli effetti sul piano giuridico e politico; esso tuttavia non mira a realizzare una qualche  forma di moralità legalizzata. Costituisce un elemento distintivo della
Dichiarazione delle responsabilità umane il fatto di non aspirare ad essere fissata in forma di legge. Ciò sarebbe oltretutto impossibile per atteggiamenti etici come la sincerità o l’equità. Il suo obbiettivo consiste
piuttosto nel convincere gli uomini ad assumersi liberamente delle  responsabilità. Una dichiarazione di questo tipo, pertanto, dovrebbe  generare un vincolo più morale che giuridico.

Non è il caso di preoccuparsi, quindi: moralità e spirito di solidarietà  non posso essere «imposti» come obblighi. La migliore garanzia  per la pace è costituita da uno Stato ben organizzato ed efficiente, che
garantisce ai propri cittadini la rule of law. Lo Stato democratico in  una società pluralistica dipende da un consenso sui valori, sulle norme  e sulle responsabilità, proprio perché un consenso di questo tipo non
può essere creato né prescritto.

Chi si occupa dei diritti umani dovrebbe ben sapere che l’art. 29 della Dichiarazione del 1948 contiene una definizione dei «doveri di  ogni uomo nei confronti della società». Da ciò segue, con logica stringente,
che una Dichiarazione delle responsabilità umane non può porsi in contrapposizione rispetto alla Dichiarazione dei diritti umani. E se  negli anni Sessanta la concretizzazione all’interno di patti internazionali dell’articolo relativo ai diritti politici, sociali e culturali diventò  possibile e necessaria, un parallelo sviluppo dell’art. 29, che giunga a  formulare delle responsabilità, non può essere considerato illegittimo negli anni Novanta. Al contrario, a partire da questo angolo visuale diventa chiaro che i diritti ed i doveri umani per la società non si limitano  gli uni con gli altri, ma si completano reciprocamente in maniera feconda.

Tutti coloro che si battono attivamente per i diritti umani dovrebbero scorgere in ciò un rafforzamento del loro punto di vista e della loro lotta. Non è un caso che l’art. 29 parli di «giusti requisiti di moralità, ordine pubblico e benessere sociale nella società democratica ».

4. CONCLUSIONE

Il progetto «ethos mondiale» rappresenta un processo in corso. In  breve tempo esso ha fatto passi da gigante. È arrivato il momento di  portare avanti questo progetto con l’aiuto di tutti voi, rappresentanti
degli Stati membri, collaboratori delle Nazioni Unite ed esponenti delle organizzazioni non governative.

Più concretamente: dovremmo cominciare a prepararci in vista del 2001, anno internazionale del dialogo culturale, rafforzando una base  indispensabile per il dialogo tra culture, ovvero un minimum di valori
etici, standards ed atteggiamenti comuni.

La proposta dell’InterAction Council dovrebbe essere accolta come  base di discussione anche nei rispettivi ambiti del sistema delle Nazioni  Unite e delle Organizzazioni non-governative. Così come nei confronti
della Dichiarazione dei diritti umani, anche in seno alla discussione sulla Dichiarazione delle responsabilità umane emergeranno  naturalmente punti di vista tra loro diversi. Ma tale discussione è necessaria,
e sono convinto che essa non creerà divisioni quanto piuttosto una consapevolezza nuova: quella dell’importanza assunta da standards  etici globali nell’età della globalizzazione.

Richiamando le parole della Conferenza delle Nazioni Unite, la ricerca di un ethos mondiale, che trovi formulazione tanto nei diritti che  nelle responsabilità umane, costituisce «uno sforzo collettivo della comunità internazionale, teso a rafforzare la comprensione attraverso un dialogo costruttivo tra le culture all’inizio del terzo millennio».

Potrei quindi riassumere la mia visione, in sé del tutto realistica, nel  modo seguente:

− il nostro globo non sopravviverà senza un ethos mondiale;
− non vi sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni;
− non vi sarà pace tra le religioni senza dialogo e collaborazione tra religioni e culture.

 

Questo contributo riproduce la relazione tenuta dall’autore, originariamente in lingua inglese, il 19 febbraio 1999 presso la sede delle Nazioni Unite a New York, su invito di numerose ONG.

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