Dove sono Signore ? – p. Carlo Maria Martini S.J.

Ti chiediamo, Padre, per la morte del tuo Figlio sulla croce, di aprire il nostro cuore alla conoscenza della tua Parola. Donaci di non spaventarci di questa nuova esperienza ma di viverla con pazienza, minuto per minuto, con la certezza che tu ci conduci anche attraverso i momenti di silenzio, di aridità, di fatica, di deserto, perché tu sei più grande di noi e il nostro cuore trova soltanto in te il suo riposo.

Giacobbe, il viandante sbandato

«Giacobbe partì da Bersabea», nel sud della Palestina, «e si diresse verso Carran». Non era un viaggio da poco perché si trattava di percorrere tutta la Palestina, di entrare in Siria, passare in Mesopotamia e ritornare quindi al paese da cui molto tempo prima era partito Abramo dando inizio alla storia del popolo. Un percorso almeno di 1.600 km a piedi, e perciò una sorta di avventura nel buio. «Capitò così in un luogo dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo».

Ricaviamo l’impressione di un viandante sbandato, di un fuggitivo che non ha nemmeno un sacco su cui posare la testa e che si addormenta per la grande stanchezza senza sapere bene dove si trova. «Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo. Ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai da occidente a oriente, a settentrione e a
mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto”. Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”».

Possiamo suddividere il brano nei suoi due principali momenti: il primo momento ci presenta Giacobbe da solo; il secondo momento ci presenta Giacobbe con Dio, nel sogno. Mi sembra utile specificarli in due domande: dove Giacobbe crede di essere? Dove Giacobbe è, in realtà?

Dove Giacobbe crede di essere

– Geograficamente, come appare poi dalla finale dell’episodio, in un luogo che si chiama Luz e che, in seguito, verrà chiamato Betel (Bet = casa; El = Dio); più o meno a circa tre giorni di viaggio da dove è partito e abbastanza lontano, quindi, per sentirsi ormai alle spalle il passato. Tuttavia, sarà necessario un altro mese di cammino per giungere alla meta e per questo Giacobbe si sente completamente sperduto,
abbandonato, privo di riferimenti. È una prima coordinata geo-grafica che viene specificata dalle coordinate sociologiche, relazionali della sua vita.
– Qualche tempo prima Giacobbe ha rotto con il fratello, concretamente con la famiglia. È estremamente amareggiato perché il suo comportamento ha causato gravi conseguenze, come appare dal capitolo precedente: «Esaù perseguitò Giacobbe per la benedizione che suo padre gli aveva dato. Pensò Esaù: “Si avvicinano i giorni del lutto per mio padre; allora ucciderò mio fratello Giacobbe”» (Gen 27,41).

Si tratta di quella drammatica lotta tra fratelli che costituisce la storia del peccato dell’umanità, che comincia con la lotta Abele-Caino, continuerà con la lotta tra Giuseppe e i suoi fratelli e si protrae oggi tra ebrei e arabi. Giacobbe vive quindi la sofferenza di una famiglia umana spezzata non solo da piccole incomprensioni ma in maniera quasi irreparabile.

Ma c’è di più. In questa situazione Giacobbe non ha la protezione della madre, come invece l’aveva avuta prima, perché Rebecca ha preferito tirarsi indietro: «Furono riferite a Rebecca le parole di Esaù, suo figlio maggiore» – che meditava di far del male a Giacobbe – «ed essa mandò a chiamare il figlio minore Giacobbe e gli disse: “Esaù tuo fratello vuol vendicarsi di te uccidendoti. Ebbene, figlio mio, obbedisci alla mia voce: su, fuggi a Carran da mio fratello Làbano. Rimarrai con lui qualche tempo, finché l’ira di tuo fratello si sarà placata; finché si sarà placata contro di te la collera di tuo fratello e si sarà dimenticato di quello che gli hai fatto. Allora io manderò a prenderti di là. Perché dovrei venir privata di voi due in un solo giorno?”» (Gen 27,42-45).

La madre, non riuscendo più a tenere l’equilibrio tra i due figli, deve scegliere il male minore, che però è gravissimo, e invitare uno ad andarsene. Giacobbe è un uomo i cui legami più intimi sono stati dolorosamente colpiti – ha dovuto abbandonare anche il padre senza poterlo nemmeno salutare –; un uomo che è stato costretto a staccarsi da tutte le sue coordinate visibili.

– Nemmeno la sua situazione morale è a posto. Ha carpito l’eredità del fratello con un imbroglio, è un soppiantatore, come dice lo stesso nome, e non può pensare che Dio lo protegga; il peccato gli rimorde la coscienza.
– Finanziariamente, ha perso tutto e cerca scampo senza poter contare sul denaro. In conclusione, Giacobbe non ha più i tre riferimenti che fin dall’inizio della Bibbia sono costitutivi dell’uomo: Dio, la famiglia e le amicizie, la terra e il lavoro. Egli si sente in qualche maniera un maledetto come Caino e non a caso la Scrittura ce lo rappresenta nell’oscurità della notte, solo, sconsolato, e con la domanda che gli brucia nel cuore: dove sono? Quale sarà il mio avvenire?

Giacobbe crede di essere in una situazione nella quale per lui non c’è che affidarsi alla ventura, alla buona o alla cattiva sorte, come chi non può più realmente contare su coordinate precise nella sua vita.

Dove Giacobbe è, in realtà

Appare allora lo straordinario della seconda parte del racconto: dove Giacobbe è, in realtà?

Perché nel sogno la parola di Dio gli rivela quali sono le coordinate invisibili e tuttavia decisive della sua vita.
Dividiamo la narrazione in tre parti: il simbolo, la dichiarazione di Dio, la lunga promessa.

1. Il simbolo: «Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Gen 28,12). Questo simbolo è stato ripensato infinite volte nella storia e lo riprende Gesù stesso quando dice: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (Gv 1,51). Tanti sono i significati che i Padri hanno attribuito alla visione di Giacobbe. San Bernardo, ad esempio, vede il rapporto dell’uomo con Dio come una scala
su cui si sale e si scende. Che cosa, in realtà, indica questo simbolo? Che Dio si interessa di noi. Là dove
crediamo di essere privi di coordinate precise, c’è una coordinata assoluta nella nostra vita, che possiamo chiamare la Provvidenza oppure il mistero di Dio. Questa è la prima rivelazione fondamentale, legata al grande atteggiamento della religione ebraica, il “timore di Dio”: Dio misteriosamente ha cura dell’uomo, non lo abbandona nemmeno nei momenti più difficili e oscuri. Anche nella notte buia di un uomo ramingo e fuggiasco c’è un’attenzione del cielo per lui; noi siamo oggetto di una Provvidenza che ci segue passo
passo, anche là dove ci sentiamo desolati, anche abbattuti, scoordinati. E questa è la verità fondamentalissima che rimette in sesto l’esistenza di una persona. È una coordinata non necessariamente cristiana, perché è quella di ogni uomo e donna di questo mondo, che intuisce come la vita non sia tutta maledizione, tutta fatica, tutta disgrazia o tutta fortuna, ma è retta da qualche cosa più grande di noi. Questo grande senso della Provvidenza fa l’uomo religioso almeno in un primo grado sostanziale, e  possiamo incontrarlo ovunque perché è diffuso su tutta la faccia della terra.

Dio ha cura di me, io sono nelle sue mani. Tutte le persone che attraversano la vita, la sofferenza, senza maledirle, senza volerci giocare, sono, sotto questa rivelazione, che è la prima coordinata: una coordinata che non dobbiamo mai perdere, qualunque cosa ci accadrà, in qualunque situazione verremo a trovarci.

Giacobbe ha bisogno di questa certezza che comunque Dio lo cerca, ha cura di lui, e pure noi ne abbiamo sempre bisogno. L’opposto di tale riconoscimento è il pensare all’esistenza come a un fato, a un destino cieco, e il credere, di conseguenza, che occorre approfittarsene il più possibile, schiacciando gli altri, sfruttando le situazioni. La perdita del senso di Dio induce poi ogni degradazione umana; ma fino a quando l’uomo ha questo sostanziale timor di Dio egli, per quanto peccatore, scontento, deluso, amareggiato, portato al pessimismo, è tenuto in mano dal Signore.

L’immagine della scala che poggia sulla terra e la cui cima raggiunge il cielo ci rivela che Dio si interessa di me, degli eventi della mia vita, delle mie quotidiane difficoltà che io solo conosco, e che misteriosamente mi avvolge e mi è propizio.

2. Su questo simbolo si innesta la dichiarazione: «Ecco, il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco”» (Gen 28,13a). Il volto di Dio si presenta personalmente a Giacobbe: Io sono, e si presenta in amicizia, in parentela. Talora ci succede di trovarci in una città anonima e improvvisamente qualcuno ci si avvicina dicendoci: io sono il tale, amico dei tuoi genitori, ti conosco. Dio qui si rivela in questo modo: Io sono il Signore, colui che ha fatto il cielo e la terra, ma anche il Dio di Abramo tuo padre, il Dio di Isacco. Cioè, ti conosco, conosco la tua famiglia, i problemi che vi affliggono, conosco tuo padre che è quasi fuori di senno e non riesce più a tenere in mano la situazione, conosco tua madre che è troppo debole per mettere d’accordo voi due fratelli, conosco i motivi per cui sei fuggito: ti conosco da vicino.

Questa seconda rivelazione è formidabile, perché Dio si rivela amico dell’uomo, amico che conosce il cuore degli uomini, le loro emotività, i loro squilibri. Dio ti conosce, è tuo amico, ti coglie là dove sei veramente.

3. La promessa. Menzionando Abramo e Isacco, il Signore ha confermato implicitamente le promesse che sono poi espresse in maniera inattesa e straordinaria. Distintamente, Dio riprende tutte le coordinate della vita di Giacobbe – la terra, la discendenza, le nazioni, l’alleanza, la protezione nel viaggio –, facendogli capire che le tiene in mano.

– Anzitutto, la promessa sulla terra: «La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla  tua discendenza» (Gen 28,13b). Questa terra in cui Giacobbe si sentiva sperduto, sulla quale temeva di dormire per paura delle bestie selvatiche, gli viene donata. È interessante come il Signore si preoccupi del rapporto dell’uomo con la terra e qui c’è il grande mistero di Israele, che ancora oggi si gioca nella storia. Israele non può fare a meno della sua terra, perché è quello con cui Dio l’ha costituito popolo e se noi non comprendiamo tutto questo non capiremo mai il mistero politico di Israele e il mistero ebraico.

– Con la terra, la promessa della discendenza, concretamente del rapporto di Giacobbe con la sua famiglia, con la famiglia che non ha ancora formato: «La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno» (Gen 28,14a). Notiamo la sproporzione tra ciò che Giacobbe cercava (salvare la vita) e la promessa di una discendenza innumerevole, che fa scoppiare, per così dire, le sue coordinate. Dio gli allarga l’orizzonte del rapporto con i suoi simili.

– La terza promessa riguarda le nazioni: «Saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra» (Gen 28,14b). Giacobbe aveva pensato, al massimo, a sé, alla sua famiglia, a un suo popolo, ma la parola di Dio lo apre verso tutta l’umanità perché non è possibile che una persona si consideri soltanto in rapporto a coordinate ristrette.

Noi siamo arrivati a capire la profondità di questo testo 3.500-4.000 anni dopo Giacobbe. Solo oggi, infatti, ci rendiamo conto di ciò che Giovanni Paolo II, nella Sollicitudo rei socialis, ha chiamato l’interdipendenza, cioè l’impossibilità di concepirsi come popolo civile, come nazione, nel proprio sviluppo economico e sociale, senza abbracciare tutte le altre. Un nuovo orizzonte che non esisteva all’inizio del secolo e che attualmente si impone così insistentemente che gli stessi responsabili dell’economia e della finanza avvertono la necessità di un’etica planetaria. Nel nostro brano, il progetto di Dio ha tale vastità: tutte le nazioni della terra.

– Poi il Signore specifica le coordinate dell’alleanza: «Ecco io sono con te» (Gen 28,15a). È la parola chiave dell’alleanza, del mistero di collegamento indistruttibile che Dio vuole positivamente istituire con l’uomo e che, partendo da Abramo, in Gesù Cristo raggiunge tutti gli uomini. È la formula che viene pronunciata dall’angelo a Maria: «Ecco, il Signore è con te» (Lc 1,28) e che Gesù pronuncia al termine della sua vita: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Dio si rivela non soltanto come coordinata globale che protegge lo sviluppo dell’uomo e dell’umanità, ma vuole essere una coordinata specifica, di rapporto privilegiato e indistruttibile […].

– L’ultima promessa è la protezione specifica nel viaggio: «Ti proteggerò dovunque tu andrai, poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto» (Gen 28,15b). Il viaggio di Giacobbe, che sembra un’avventura nell’ignoto, un salto nel buio, è tutto seguito dal Signore; non è una scelta di Rebecca, la madre, e nemmeno una scelta di Giacobbe, perché in realtà è nelle mani di Dio.

È facile, a questo punto, comprendere l’esclamazione di Giacobbe: «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”» (Gen 28,16). Egli fa la scoperta straordinaria di chi si vede al centro delle coordinate di Dio e reinterpreta tutta la sua vita – l’essere solo, in viaggio, ramingo e povero –, che acquista chiarezza e incoraggiamento.

Questa è la riflessione che possiamo fare paragonando la situazione apparente di Giacobbe – dove lui crede di essere – e quella vera – dove è in realtà. Ora Giacobbe ha assunto una nuova umanità, una missione, un impegno di cammino che affronterà fiduciosamente.

Dove sono io

Siamo così invitati a un’analisi in due tempi, nel desiderio di applicare il racconto biblico alla nostra esperienza. Un primo tempo consisterà nella meditazione sulle coordinate visibili della mia vita; un secondo tempo nella ricerca di quelle invisibili. Soltanto in questo contesto globale, infatti, sarà possibile operare un vero discernimento della parola di Dio su di me, su ciascuno di noi.

1 . Le coordinate visibili della mia vita.

Anzitutto vorrei sottolineare che noi ci conosciamo poco. Leggevo recentemente una relazione sulla pastorale giovanile nella quale si mette appunto in rilievo come anche un giovane, che sta cercando la vocazione, è poco conosciuto e si conosce poco: «La prima cosa da considerare con attenzione è il giovane – afferma il relatore –, la sua situazione effettiva, il contesto in cui vive, la sua storia umana e di fede; cosa sta cercando, qual è la motivazione che lo spinge a questa ricerca, quale grado di docilità mostra di avere, quale desiderio ha di essere guidato… Tutto questo costituisce l’oggetto di una ricerca delicata e impegnativa, in cui è importante non avere fretta e cercare di capire con precisione. A volte scopro che
sacerdoti o religiosi che mi mandano un giovane per un discernimento vocazionale, o per un aiuto spirituale, credono di conoscere quel giovane ma sanno ben poco di lui. Ne conoscono le idee ma quasi nulla delle sue abitudini reali, della sua storia, della sua famiglia. Ho l’impressione che in questi anni siamo scaduti in un certo spiritualismo disincarnato e sottovalutiamo paradossalmente le influenze, i condizionamenti, lo
strascico che comportano le scelte via via fatte. Dico paradossalmente perché per altri versi la nostra cultura è impregnata di attenzioni psicologiche o psicoanalitiche; ma questi aspetti vengono usati per lo più da noi in funzione di una valutazione morale mentre, al di là delle responsabilità soggettive od oggettive, c’è quello che uno in effetti è divenuto. A me pare che c’è molta superficialità nella conoscenza delle persone… Presi da molte cose, gli educatori non hanno molto tempo da dedicare a questa paziente ricerca».

Per questo, credo che la ricerca ciascuno deve farla su di sé, e suggerisco alcune coordinate su cui sostare più o meno a lungo, a seconda della materia che ci forniscono.

– Ci sono le coordinate che riguardano la vita di relazione e comprendono soprattutto due realtà: la famiglia, nel senso più ristretto e più vasto, e le amicizie. Ed è molto utile domandarsi: io come mi situo veramente in rapporto alla famiglia? Spesso trascuriamo, sottovalutiamo dinamiche positive e anche negative o perverse che talora si creano e che poi, proprio perché non ben considerate, riemergono. Magari, dopo aver compiuto certe scelte, ci si accorge che erano condizionate da situazioni familiari non assunte criticamente. Le storie sono infinite e ciascuno ha la sua. Evidentemente, parlando della nostra famiglia, noi la vediamo istintivamente sotto un aspetto luminoso; però ogni storia di relazioni familiari, parentali, fraterne, o di relazioni più ampie, è fatta di luci e di ombre, che ci condizionano molto. Ci condiziona il rapporto con la madre, con il padre, con i fratelli. La Bibbia si dilunga nei racconti patriarcali mostrando rapporti giusti o
sbagliati con i genitori e tra fratelli […].

Le relazioni familiari sono talmente dentro il nostro corpo da condizionarci, consciamente o inconsciamente, nelle scelte, e noi dobbiamo saperlo. Talora, per esempio, ci sono vocazioni in cui influisce inconsapevolmente un certo desiderio di fuga dalla famiglia, a causa di qualche insofferenza pesante. Non è ancora detto che questo non sia volontà di Dio – perché attraverso una situazione storica Dio fa emergere una scelta – però è bene che sia chiarito, in maniera che uno conosca i dinamismi che operano nella sua psiche.

Va inoltre considerato l’aspetto delle amicizie, che vuol dire pure inimicizie, vuol dire essere o non essere capito, essere accolto o respinto, accettato o deriso, essere messo sul piedistallo o essere snobbato. La dinamica delle amicizie gioca nelle grandi scelte, perché i cerchi di amicizia o attraggono o respingono diversamente.

– Altra coordinata è quella che la Bibbia chiama la terra e che comprende almeno le seguenti realtà: il corpo, il lavoro e lo studio, il denaro.

Nel corpo va considerato il tema della salute, dello sviluppo fisico, delle possibilità o impossibilità fisiche. Nessuno ha una salute perfetta e siamo condizionati fatalmente dalle défaillances, da ciò che vorremmo ma non riusciamo a fare. E poi gioca la depressione, l’umore, tutto ciò che è temperamentale dentro di noi. Gioca la sensualità in senso lato: la fantasia, l’accensione dei sentimenti e dei desideri, la sessualità, tutto ciò che appartiene al rapporto tra me e il corpo. Poiché, infatti, il corpo è parte della terra, esso va gestito come un bene che Dio mi ha dato e devo interrogarmi su cosa mi concedo o non mi concedo: il mangiare, il bere, il fumare, il divertirsi sono modalità attraverso cui mi rapporto col corpo.

Il lavoro, o concretamente per parecchi lo studio, che è parte del lavoro, è quella fatica con cui uno si piega alla terra. Mediante lo studio acquisisco le nozioni che mi permettono di dominare la terra, di assoggettarla. È necessario che ciascuno si chieda quale rapporto vive con lo studio per comprendere se è puramente di sopportazione oppure di eccessiva curiosità o magari di equilibrio positivo con la realtà. Al di là degli squilibri drammatici – asocialità, droga, ecc. – esistono infatti squilibri quotidiani che esigono una faticosa disciplina di noi stessi. Proprio per questo è importante situarsi in maniera oggettiva e disincantata rispetto a lavoro e studio

Il denaro è pure oggetto di domanda: che uso ne faccio? Tendo all’avarizia o, al contrario, lo tengo in poco conto oppure lo uso male? L’attenzione che ho o che non ho verso il denaro è determinante della personalità. Il discorso andrebbe poi allargato al nostro rapporto con la società, la cultura, la politica, lo sport e ciascuno, a seconda delle sue esperienze, può riflettervi per cogliere come si situa rispetto a tutte queste realtà che popolano la terra.

– Un’ultima coordinata che mi viene suggerita dal racconto di Giacobbe in viaggio è il futuro. Temo il futuro? Lo attendo? Ho paura di non fare le scelte giuste? Come vedo il rapporto tra il mio futuro e le scelte a cui sono chiamato?

Ho semplicemente indicato una serie di coordinate visibili della vita sulle quali avrebbe potuto riflettere Giacobbe prima di addormentarsi: chi sono, dove sono, cosa mi succede, come mi sto trovando?

2. Le coordinate invisibili ma sommamente reali della nostra esistenza. Perché, secondo quanto diceva il racconto del Piccolo principe, le cose invisibili si vedono col cuore e però sono quelle che contano. Possiamo riprendere le tre coordinate che abbiamo visto espresse nel brano di Giacobbe: la Provvidenza come sfondo generale; la Parola; la Promessa.

– Come mi situo di fronte alla Provvidenza, ossia quale senso di Dio ho nella mia vita? È presente, mi conforta, mi sostiene la coscienza che Dio ha cura di me oppure è assente, è oscurata dalla prova, dalla tentazione di ateismo, di incredulità, di fuga? Tutte queste diverse prove per le quali passiamo non sono solo realtà negative, ma costituiscono anche la dinamicità delle nostre relazioni invisibili.

– Quale senso della Parola ho? In particolare, come mi pongo di fronte alla rivelazione vivente che è Gesù Cristo e di fronte alla rivelazione scritta che è la Bibbia, che sono i Vangeli? Sono forse come Giacobbe che deve ammettere: veramente attorno a me c’era la parola di Dio e io non lo sapevo, perché per me contava poco? Oppure mi fido della Parola, ma con momenti di fatica e di oscurità?

– La parola di Dio è promessa, è promessa anche per me, che si traduce nella formula: Io sarò con te, io sono con te. Dio non è soltanto il Dio di mio padre, della mia gente della mia stirpe, della mia tradizione, della mia cultura, della mia Chiesa milanese, ma è il Dio per me e con me.

Attualizzare in noi la parola di Dio come promessa è fondamentalissimo per ogni scelta di vita, fosse pure la più difficile; mentre l’istintiva paura, angoscia che provo di fronte a certe scelte indica la mancanza del senso della divina promessa. Per alcuni di noi può esserci la “scelta” di una vita sofferente; quante volte ho incontrato giovani che, per una disgrazia, per una malattia insorgente, si trovano costretti a vivere in carrozzella e ho avuto la gioia di vedere che la parola di Dio come promessa è divenuta per loro una
nuova ripresa di vita: io sono con te! La promessa del Signore ha illuminato la loro esistenza in forma straordinaria.Solo così l’uomo può affrontare i cammini impervi e dolorosi e può scegliere vocazioni
difficili che la parola di Dio suggerisce.

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